MICHELE MENINI Icona dell’ultimo trentennio

Era la fine degli anni ‘90 e l’inizio dei 2000. Ci si spostava macinando chilometri per una serata al Pineta con Tony Humphries, al Pacha con Joe T Vannelli, al Bâoli per ascoltare Cerrone, al Moxa con Dimitri From Paris, a Monaco solo e unicamente per Kalkbrenner e al Fura per Michele Menini. Erano gli anni dei grandi club, delle notti perfette, l’epoca del DJ, l’idolo indiscusso, il vero motore di una tribù che viveva unicamente di sound e di pista. Michele Menini è senza dubbio l’icona di questo trentennio, quell’artista che da Desenzano del Garda a Ibiza ha conquistato un glorioso successo, che oggi rivive insieme a lui nelle più spettacolari terrazze di Sanckt Moritz con la brillante verve che da sempre l’ha contraddistinto. Passione, cultura, progettualità e testa. La “vecchia scuola” che oggi ridisegna il futuro dei club.

Raccontaci il tuo background, come ti definisci oggi e come hai raggiunto i tuoi obiettivi?

Il background per chi fa il mio mestiere definisce e performa la professionalità. Il mio sicuramente è molto sostanzioso perchè affonda la sua genesi in un DNA di famiglia consacrato totalmente alla musica. Tutti i miei parenti sono stati e sono grandi musicisti, suonavano al Teatro La Fenice a Venezia e viaggiavano per il mondo. Io in un certo senso sono stato la “pecora nera” in quanto il mettere dischi non veniva riconosciuto all’epoca come una professionalità elitaria come la loro.A tredici anni trasmettevo già in una radio locale e crescendo ho iniziato a lavorare nella moda. Tornai poco dopo nel settore della musica consapevole che senza di lei non sarei riuscito a realizzare i miei sogni.La professione del DJ è molto particolare più di quanto possa sembrarlo. Non è sufficiente la passione, come tanti dicono, per riuscire a “dominare” una serata e renderla vincente è necessaria un certo tipo di esperienza e sensibilità.

Perchè sensibilità?

La sensibilità è una virtù capace di guidarti nella progettazione di una serata. I programmi di oggi, davvero troppo scontati, non hanno successo, sono senza identità, non sono altro che una serie di brani che si susseguono noncuranti del proprio pubblico.Questo è il sistema per “spegnere” la nightlife. Un bravo Dj deve essere in grado di emozionarti e impegnarsi a costruire una programmazione musicale diversa dagli altri, proprio come un tempo accadeva nei grandi club, questo consente di poter diventare un punto di riferimento. La sensibilità durante la serata ti guida a cambiare ritmo senza renderlo mai statico.Mi sono sempre occupato di house music, un genere che non permette molte variazioni, ma per entusiasmare il pubblico e trascinarlo in pista ho sempre cercato di alternare la house con dei pezzi cantati, generi più morbidi, particolarmente amati dal pubblico femminile. Anni fa aprivo le serate con un pezzo super conosciuto per abbassare la tensione per poi riportare energia in pista con la house music, in questo modo alzavo il livello della clientela connotando al contempo il club. A Sankt Moritz ad esempio, dove suono oggi, riporto in scena quel tipo di strategia, giocando di sensibilità, con la consapevolezza di dover suonare per una clientela di altissimo livello appagando di conseguenza il loro gusto. La preparazione e la cultura musicale gioca un ruolo fondamentale nel nostro mestiere, non diventi Dj mettendo un disco dietro l’altro o almeno, così facendo, non rappresenti di certo la categoria. A volte mi domando come sia possibile mettere un disco del passato senza aver vissuto quell’epoca e senza poter prevedere la reazione del tuo pubblico.Il Dj ti deve portare in viaggio sia che tu stia facendo un aperitivo che una serata, ti deve conquistare attraverso la sua musica e sedurre. Questa nuova esperienza a Sankt Moritz, ad esempio, mi mette a contatto con un pubblico che amo particolarmente, persone molto esigenti che girano costantemente il mondo che sanno riconoscere e apprezzare lo stile e il gusto di un professionista. 

Il lago di Garda cosa ha rappresentato?

Il lago di Garda ha “raccontato” la svolta della mia vita. Il Fura mi ha rappresentato in tutto e per tutto, in quegli anni ho dettato il mio genere con grandiosi risultati. Erano gli anni dei grandi club e Desenzano del Garda così come Riccione e Milano Marittima erano molto avanti sulla scena musicale. Era il 1996,  vivevo a Milano Marittima reduce di numerose collaborazioni con i grandi club dello skyline musicale italiano. Mi proposero di stabilirmi a Desenzano per lavorare al Fura e vi rimasi per sei anni. Quell’esperienza mi diede una visibilità nazionale.Oggi quel tipo di atmosfera non esiste più. Negli ultimi quindici anni nessun locale è riuscito a imporsi in maniera così decisiva sconvolgendo tendenze e ridisegnando così le sorti di un’attività ma anche di un territorio.Ascolto tanta conformazione e standardizzazione, una playlist in loop come un sottofondo che non interessa a nessuno. Non vedo sperimentazione, progettazione ma solo tovaglioli alzati (si faceva al Pacifico a Milano Marittima 25 anni fa). Mettersi in gioco, oggi come oggi, per il futuro di un club o di un qualsiasi locale, è fondamentale per potersi affermare. Penso che il pubblico bresciano oggi sia orfano dei suoi meravigliosi anni. Molto spesso viviamo con la presunzione di essere ancora al top cavalcando gli splendori di un passato, un passato che purtroppo non esiste più.

Quel passato potrebbe tornare?

Ma certo, grazie a nuove idee, progetti, programmazioni studiate ad hoc per un determinato pubbico. Mi sarebbe piaciuto, ad esempio, organizzare a Desenzano del Garda, due date con l’amico Mario Biondi, appassionando il pubblico attraverso i suoi straordinari generi narrativi, il Soul, il Contemporary R&B, il Jazz. In questo modo si potrebbe riportare nelle nostre piazze una programmazione di altissimo livello e assicurare un grandioso successo anche in termini turistici. 

Qual è il tuo genere di riferimento e la tua identità musicale?

Sicuramente house nell’anima. Sono nato con l’house e morirò con l’house. La mia influenza risiede nella musica anni ’70 strizzando sempre l’occhio al funky. Un grande amico, una celebrità, Stefano Scozzese, un giorno mi disse: “ogni volta che vengo al Fura ad ascoltarti cerco di prevedere quale sarà il tuo limite e poi lo superi e continui senza sosta. Sei sempre imprevedibile”. Io le serate le ho sempre progettate così, facendole crescere sempre di più ma mollando alla fine, per tranquillizzare gli animi (NDR e ride). Non mi sono mai conformato alle mode e forse proprio per questo la mia identità musicale ha avuto successo. Questa mia imprevedibilità e questa grande sperimentazione ha fatto sì che la gente si innamorasse del mio genere.

Suonare è arte o adrenalina?

Oggi suono di testa, unicamente perchè faccio cose diverse rispetto a prima ma è sempre stata adrenalina, tanto ragionata però. 

Cosa significa essere un Dj? 

Dall’esterno il Dj è una figura strana da decifrare. Tutti la accostano ad una vita spericolata, borderline, in realtà è un mestiere estremamente laborioso, serio e profondo e se cadi in quella trappola sei finito.Lavori con fusi orari diversi e ovviamente conduci una vita sfasata ma devi essere in grado di viverla con assoluta responsabilità. 

Com’è cambiato oggi il tuo settore?

Oggi sento tante playlist, vedo pochi Dj e tante persone che sorseggiano un drink, si annoiano e se ne vanno. La nostra professione oggi sembra quasi non esistere più, c’è tanta approssimazione e poca consapevolezza. Io ho imparato a suonare con i Lenco e oggi mi sono conformato all’innovazione tecnologica più performante. La vecchia scuola però è la sola a cambiarti la vita dal punto di vista musicale. Grazie a quella palestra sono diventato il Dj di oggi sfruttando la tecnologia e il suo progresso.  Roger Sanchez è stato l’idolo del nostro tempo, la sua abilità è sempre stata strabiliante nonostante la tecnologia non fosse quella di oggi.Il Dj deve possedere quella magia che va ben oltre l’utilizzo di un computer, uno strumento che via via sta rendendo la professione sempre più “facile” e approssimativa. Conseguenza? Il programma non regge. La gente non ascolta più. Oggi sono un Dj che non guarda il suo passato ma è forte del suo passato guardando sempre avanti ma noto nel panorama della nightlife che manca la voglia di rischiare e di proporre. Servono menti pensanti per il clubbing servono perchè la conformazione non ci condurrà mai all’unicità e noi che siamo Italiani dobbiamo tenere vivo quel “mercato” delle idee che ci ha da sempre contraddistinto.

Quali sono state le collaborazioni che si sono poi rivelate decisive per la tua carriera? 

Il Fura sicuramente, come popolarità mi ha dato tantissimo nonostante le varie performance nei locali più importanti in Italia e in Europa, tra Venezia, Romagna e Ibiza.   

Oggi sei resident a Sankt Moritz, parlaci di questa esperienza…

L’esperienza di Sankct Moritz la trovo eccezionale, mi consente di lavorare e di confrontarmi con un target molto alto contraddistinto da un palato raffinato.Suono tutti i week end nella terrazza più bella di Sankt Moritz con un’incredibile vista sul lago, porto in scena la mia house sperimentando ancora attraverso una raffinata ricerca. Ritrovo nel mio pubblico un grandissimo consenso e qui posso dire di sentirmi a casa.Grazie a questa esperienza ho potuto alzare il livello suonando per un pubblico più maturo, consapevole di quello che accade nel mondo, grandi viaggiatori che probabilmente la settimana prima si trovavano a Dubai, come a New York o a Londra e chiaramente mettono a confronto la tua professionalità. Il mio trionfo è dunque la loro soddisfazione. Proprio a Sankt Moritz, di recente, una famosa gallerista mi ha proposto una collaborazione per una serie di eventi di alto livello.Ecco è proprio sulla scia di queste grandi opportunità che vorrei ancor di più far emergere la mia identità artistica. 

La soddisfazione più grande?

Ibiza. Senza dubbio.Mi ingaggiarono la prima volta nel 2008, un periodo abbastanza particolare in quanto i dj italiani erano pressochè sconosciuti.Quell’esperienza rappresentò un traguardo esagerato, suonavo accanto ai top, con un’adrenalina mostruosa, erano del resto gli anni più belli di Ibiza, periodo in cui la vision dei club era pazzesca.Ti ricordi? I club avevano talmente potere che ci si contendeva persino il merchandising, quando il possedere una t-shirt logata Pacha, così come Sottovento o Pineta rappresentava il top. Oggi quei tempi non li rivedo più.

L’occasione persa?

Essere rimasto probabilmente al Fura sino alla sua chiusura definitiva.In quel periodo ricevevo davvero centinaia di offerte ma decisi per affetto e quasi devozione di rimanere al Fura, un po’ come Totti con la Roma. Il Fura mi ha dato tanto nella vita è ho desiderato stargli accanto sino al “buio”. Con la maturità di oggi probabilmente avrei mollato prima.

Oggi chi sei rispetto a ieri?

Sono una persona più saggia, con un grande equilibrio nonostante abbia ancora le montagne russe nell’animo. Sono consapevole che potrei fare altre mille cose ma oggi prendere in mano un disco e suonarlo in un club è l’unica cosa a darmi davvero il brivido. La famosa adrenalina di cui parlavamo prima.Oggi valuto tutto con una consapevolezza differente. Ecco se c’è una cosa di cui mi pento è proprio quella di aver vissuto poco o non abbastanza.Grazie alla musica ho avuto la possibilità di girare il mondo ma senza averlo mai veramente conosciuto. La concentrazione e l’assoluto rispetto per il lavoro mi ha condotto a non lasciarmi andare, a vivere solo di professione. 

Nessuno in quel periodo poteva spostare la mia attenzione dalla professione. 

Hai mai avuto un piano B?

Si e no, la moda è stato un piano B sempre presente nella mia vita. In realtà sono sempre stato attratto dal mondo delle arti in generale. 

Un sogno, un obiettivo?

Star bene senza dubbio. Non ho un obiettivo preciso a dire la verità sono semplicemente felice e grato. Mi piacerebbe essere riconosciuto come un professionista indispensabile per la perfetta riuscita di un evento e di una grande serata. 

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