MIMMO ROTELLA: Al di là della realtà. Dagli anni ‘50 agli anni 2000

Galleria brescia, fino al 27 aprile

La vita ogni giorno, come un film, ci mostra attimi che si susseguono e che un istante dopo sfuggono al nostro sguardo.Cosa c’è di più banale di un manifesto, di più transitorio?Basta tornare qualche giorno dopo per vedere sparire le affissioni che magari per alcuni istanti ci avevano incantato. Cartelloni pubblicitari, personaggi e titoli di film, scene qualsiasi assolutamente banali: il mondo è tutto qui, sdraiato nel reale che fugge momento dopo momento?Istanti che appaiono come eterni, che sono già passati: artisti che non ci sono più, film dimenticati, ricordi che incalzano e sono lontanissimi e che la memoria spesso altera. Quanto ciò che abbiamo visto è lontanissimo dalla coscienza! 

I ragionamenti, i pensieri scorrono lenti nell’anima, forse perché non ne fanno parte. Di che sostanza è fatta l’anima? La sua carne è la natura, vale a dire gli alberi, i fiori, i semi, le radici, i frutti. Per avere i benefici che contano dal mondo naturale, affinché ci curi l’anima – mai così soffocata come accade sempre di più negli ultimi anni, dominati dagli psicofarmaci – occorre un altro sguardo, un altro modo di stare con se stessi e con il mondo naturale. Komorebi è per i giapponesi la luce che filtra tra le foglie degli alberi. Andate nei giardini, meglio nel bosco, e guardatela questa luce, contemplatela, lasciate che il vostro sguardo si perda dentro di lei. Non potete dire che durerà, è un attimo che si insinua nei nostri occhi, che arriva alla coscienza, è un momento di consapevolezza che rivela lo stato fuggevole della nostra esistenza. Mimmo raccontava come nessuno l’inafferrabilità dell’esistenza. Mentre la guardiamo, questa luce che si infiltra tra le foglie è già mutata, perché l’eternità è fatta di fuggevoli istanti. È un continuo accadere di novità, di momenti che non durano, ma intensi, se li viviamo cogliendoli. Se guardi la luce che filtra tra gli alberi, ti accorgi che niente dura e allora perché continuare a pensare e ripensare agli abbandoni, ai fallimenti, alle sconfitte? I manifesti dei film di Rotella raccontano momenti che ci sembrano eterni e invece sono fuggiti lontano. Non durano dentro di noi i disagi se non li riempiamo di pensieri, di giudizi, di rimpianti, di rimorsi: c’è una luce fuori e dentro di noi che è già andata oltre ciò che ci è accaduto. Siamo in viaggio e non lo sappiamo… Ma se comprendiamo questo conosceremo la gioia con la malinconia, perché siamo felici adesso, ma tutto sta mutando. Chi riesce a sentire tutto questo, a percepire insieme gioia e malinconia contemporaneamente, scopre che questi sono i due ingredienti della pace, della vera tranquillità interiore.Quanta malinconia c’è nell’opera di Mimmo, ne ho parlato con lui molti anni fa e condividevo l’idea che l’esistenza è pervasa da una tristezza cosmica, che i suoi décollage raccontano magistralmente. Prendete uno dei suoi capolavori, “Il ferito” del 1963, pubblicato in questo catalogo e nella mostra del grande Germano Celant nella manifestazione romana dal titolo “Manifesto”, in cui questo décollage viene accostato al capolavoro di Luca Signorelli “Compianto sul Cristo morto” del 1502.Il protagonista de “Il ferito” non è solo un cowboy di un film western, ma rappresenta il dolore della vita, la caducità umana che appartiene a ciascuno di noi. Ecco la malinconia di un disagio cosmico, tutta riassunta in questo décollage che passa dal mito all’immagine primordiale della sofferenza dell’umanità intera. Rotella lo sapeva e lo raccontava in ogni suo quadro. Certo c’è tanta ironia nelle sue opere, un’ironia che appartiene al suo carattere, ma c’è un Altrove, un Universo silente che può essere solo intravisto. 

Ma che cos’è un décollage? Cosa ci porta?

Non diventiamo anche noi che guardiamo i manifesti strappati frammenti di frammenti, non sentiamo una depersonalizzazione, non percepiamo l’incertezza della figura che non è più intera ma smembrata da un gesto che rivela tutta la fragilità del mondo umano?Ammirate “La tigre che ci guarda”, una lamiera del ’90 che ci porta al circo che non c’è più, ma ci lascia intravedere il tramonto del passato, la nostra infanzia e qualcosa che ha il sapore della magia. Gli strappi rivelano il metallo sottostante, una trama perenne, eterna, che vive al di sotto delle cose che ci passano davanti. Si intravedono strati del manifesto che si sono frantumati, che ora vivono in un’altra dimensione.È questo che vuole che guardiamo Mimmo. Vuole mostrarci che c’è altro, c’è sempre altro rispetto a quello che vediamo, al transitare delle cose.

Quanta magia c’è nelle altre due lamiere di questa mostra: “De Chirico”, 1988, sovrapittura su lamiera, cm 300 x 151 (esposto alla Galleria Civica d’arte moderna e contemporanea di Torino 16 aprile – 25 agosto 2019 e pubblicato sul catagolo della mostra di Cangemi Editore) e “Victory” (2004, décollage su lamiera, cm 300 x 150). Nelle lamiere, che Celant amava così tanto, c’è un inno al mistero che fa disperdere le cose, gli oggetti, gli esseri viventi nel caos, ma che è anche la chiamata di qualcosa che vive in un piano dell’essere invisibile, che è in noi, dentro di noi, profondamente nascosta allo sguardo. Parlavo tanti anni fa con Mimmo del Taoismo, che viene tradotto come la Via, ma in realtà Richard Wilhelm lo traduce come il “Il Senso”. Il Tao agisce attraverso il Nulla (wu-wei), non compare, eppure “crea perfetta ogni cosa”, ci dice Lao Tzu. Una parola che ricorre nel pensiero cinese è quella che si può tradurre come “indistintamente perfetto”, vale a dire che nel mondo che vediamo e che ci sfugge in ogni istante c’è qualcosa che ha un senso, che è al di là di ogni ragionamento logico, che contiene contemporaneamente il caos e la perfezione. Mimmo amava la filosofia del Nulla, in cui si succedono come manifesti gli istanti che viviamo. Eppure gli spiragli del Nulla ci chiamano, c’è una materia invisibile, la sostanza di tutte le sostanze, così la chiamavano gli alchimisti, che “sa” e che la mente convenzionale ignora. Questa sostanza è il Senso che percepiamo a malapena e che Mimmo ci butta in faccia. Tutto è insensato e tutto la sa più lunga di noi, perché in ogni angolo della vita si riflette l’Eterno. Viviamo fra l’ironia e la sapienza, tra il gioco e l’essenza, tra il mistero e il banale.Così ne parla con consueta maestria Angela Vettese: “L’opera di Rotella, insomma, diventa un campo dove si sovrappongono e si sedimentano attimi temporali e immagini individuali differenti; rabbia, piacere, ammirazione, gusto giocoso della distruzione, sapienza formale, tutto questo si agglomera su una superficie che, alla fine, ha un lato tragico non meno che un lato ludico. Nel lavoro di Rotella queste due cose vanno sempre di pari passo, come il senso profondo e la voluta insensatezza”. Ecco la sfida: guardare gli istanti che passano senza dimenticare però la sostanza eterna che vibra tra le immagini che fuggono. Forse tutta la metafisica di Rotella è nella sostanza che appare fra gli strappi del décollage: lì non ci sono più volti, non ci sono scritte, non ci sono parole, c’è soltanto un vuoto che appare, una trama, una sostanza indefinita. Nel mistero si esaltano i Retro d’Affiche, che sono veri capolavori della materia, che si nasconde dentro e dietro le cose. Per non parlare dei “Blanks”, manifesti pubblicitari nascosti da sovracoperte di carta verde, bianca, rossa, in cui Rotella assomiglia a Christo. Coprire è più importante che svelare…La mostra dei Blanks si svolse all’inizio degli anni ‘80, prima a Milano da Marconi e poi a Parigi da Denise René.Nel catalogo troverete tre di queste opere che rappresentano la grande capacità di Rotella di far vivere l’uno accanto all’altro il banale e l’immenso. Il reale deve essere deformato, cambiato, trasformato, riportato a quell’energia sognante che purtroppo la nostra cultura ha dimenticato. Ed ecco altri capolavori di Mimmo come gli Artypos, dove lui, l’artista dello strappo, della mano che agisce come un vero pittore dell’action painting, preleva gli scarti materiali delle tipografie e li deforma con la consueta ironia estendendoli a realtà inimmaginabili, dove nascono nuove purezze, nuove dimensioni dell’essere sempre immerse nel gioco dell’apparenza e nella metafisica. E poi troverete nella mostra le sovrapitture su tela: i manifesti vengono ricoperti con strisce di carta e trovano per la prima volta il suo intervento pittorico, alla stregua dei graffitisti. Guardate l’opera “Occhi” del 2002 e “La vendetta” dello stesso anno, così come “What women want”, dove il maestro ridipinge i volti, li esalta e li porta a diventare caricature, manichini. Niente è più surreale, più banale, più profondo del suo gesto.Sì, noi possiamo cambiare il mondo, possiamo anche riderci sopra, possiamo vedere tutta la sua banalità, ma sappiamo che il Senso è lì sempre nascosto al nostro fianco.

Questo ci ha insegnato Mimmo Rotella.

 testo di Raffaele Morelli

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