C’è un’energia che precede la forma, un’idea che non si lascia definire in un solo stile, ma si manifesta in ogni progetto come forza vitale e poetica allo stesso tempo. Incontrare Oliviero Baldini significa entrare in una stanza piena di visioni: architetto, designer, sperimentatore, ma anche costumista lirico, art director, uomo di moda e di materia. La sua voce racconta storie senza margini netti, attraversa scale differenti — dal dettaglio di un anello all’urbanistica tentacolare — e ci restituisce un modo di fare architettura che si nutre di vita, urgenze, contraddizioni, libertà assoluta. Formatosi tra Firenze e l’esperienza fondativa degli anni Ottanta, Baldini ha vissuto in prima persona la stagione più eclettica del design italiano, misurandosi con i limiti e le possibilità di ogni linguaggio. Non ha mai cercato uno stile personale, ma una logica progettuale che cambia con ogni contesto. Che si tratti di una vetrina a Los Angeles, di una casa di legno nel bresciano o di una parete vegetale in un concept store, la tensione rimane la stessa: trasformare lo spazio in un’esperienza viva, in dialogo con la luce, con la materia, con chi lo attraversa. Nell’arco di una conversazione-rullo, ci ha raccontato perché l’Italia rischia di morire di troppa storia, cosa pensa dell’intelligenza artificiale, come convivono dentro di lui la moda, l’urbanistica e l’arte del verde, e perché non ha mai voluto scegliere una sola strada. Perché scegliere, in fondo, può essere noioso.
Intervista a Oliviero Baldini

Un percorso mosso da un’urgenza interiore più che da una semplice scelta professionale. Da dove nasce questa necessità di spaziare, di non chiuderti mai in un’unica direzione? Ho sempre sentito il bisogno di spaziare, di non chiudermi in una sola dimensione, fin da quando studiavo. Non è stato solo un istinto, ma anche una necessità: durante l’università disegnavo gioielli per mantenermi, e proprio da quel lavoro artigianale è nato un amore per il dettaglio, per la materia e la costruzione minuziosa delle cose. Questo approccio mi ha insegnato che ogni disciplina può aprire strade inaspettate e la creatività non può essere confinata dentro un solo ambito. Sentivo — e sento ancora oggi — che limitarmi a un solo settore sarebbe stato soffocante. Non ho mai concepito la mia professione come una carriera lineare da costruire seguendo tappe predefinite. Mi ha sempre guidato la curiosità, il desiderio di misurarmi con linguaggi diversi: progettare una casa, allestire una vetrina, pensare la grafica di un manifesto o immaginare uno spazio industriale. Ogni volta, ogni progetto, è un modo per riaccendere quella scintilla iniziale. Spaziare per me non è una scelta strategica, ma un modo per restare vivo creativamente.
Oggi il tuo lavoro abbraccia mondi diversi; in questo momento, quali progetti ti stanno coinvolgendo di più? In questo periodo sto lavorando su molti fronti. C’è una biblioteca all’interno di una villa storica a Brescia, un progetto importante che mi appassiona molto. Sto anche seguendo la realizzazione di un insediamento produttivo nel Parmense, una casa in legno costruita interamente a secco e un appartamento al diciottesimo piano di un edificio. E poi un lavoro a Los Angeles, dove sto curando il settimo negozio dello stilista H. Lorenzo…
Come ti rapporti a questo continuo passaggio di scala, funzione, linguaggi? Mi piace. Mi serve. Io ho bisogno del nuovo, dell’ignoto. Mi elettrizza. Non scelgo mai: faccio. Se mi propongono un’opera lirica, faccio i costumi. Se mi propongono un negozio sperimentale a Los Angeles, prendo il volo. Mi pesa? Sì, tanto. Ma è anche la mia natura.
Che ruolo ha avuto la moda nel tuo percorso? Dagli anni ’70 ai ’90 ho vissuto l’esplosione di tutte le forme d’arte e la moda era la musa del contemporaneo. Le sfilate erano momenti di verità, di visione: Parigi, Gaultier, Margiela, i giapponesi… è stato un periodo irripetibile. Mi ha formato, mi ha dato energia.
Cos’è per te oggi la costruzione? Penso che l’edilizia come l’abbiamo conosciuta in passato sia finita. Lavorare con il cemento, con la tipologia tradizionale, è economicamente e tecnicamente insostenibile. Il futuro è costruire a secco: acciaio e legno. L’acciaio ti dà luci incredibili, il legno è leggero, coibentato, sostenibile. In Italia però siamo ancora indietro. Non siamo pronti per questa rivoluzione tecnica e culturale.
Hai un progetto che ti rappresenta più di altri? Sinceramente è difficile trovare un progetto che mi identifichi… ma certamente quello che più sento mio è il “Fiat Lux”, un locale che si trovava in Porta Venezia, a Brescia. Oggi non c’è più e mi dispiace davvero molto. Un progetto ironico, giocoso, con un drago di legno che si divideva in sedute. Ricordo che non avevamo budget e così mi ero inventato di tappezzare i bagni con moltissime fotocopie. Quella roba lì mi rappresentava: il gioco, la sorpresa, la voglia di divertirsi.
Eppure, non hai uno stile riconoscibile. Per scelta? Per natura. Io non ho uno stile. Quando mi chiamano per un progetto io guardo il luogo, il cliente, il tema. E da lì parte tutto. Ogni progetto ha la sua logica, la sua forma. Non mi interessa essere riconosciuto per uno stile particolare, bensì per la qualità dell’immagine finale, degli accorgimenti, del dettaglio mai banale.

Sei stato tra i primi a usare il verde verticale nei negozi. Che rapporto hai con la natura negli spazi progettati? Il verde mi rilassa. Le piante mi piacciono tantissimo, ma non sono un paesaggista. Non poto mai niente. Mi piace vedere che una pianta cresce, cambia. È un elemento vivo, positivo. Nei miei interni cerco sempre di inserire qualcosa di vivo, che respiri, che accompagni. Sono stato tra i primi a fare pareti verticali verdi. Ovviamente, mi sono preso tutte le sberle degli inizi, com’è giusto che sia.
Parlavi prima della luce. Che ruolo ha nei tuoi progetti? Direi un ruolo fondamentale perché io ho proprio il terrore degli ambienti bui. Non è per claustrofobia, è che credo davvero che la luce naturale sia essenziale nella percezione dello spazio. Voglio che in ogni ambiente si sappia che ora del giorno è. E oggi, con le tecnologie che abbiamo — vetri performanti, superfici trasparenti — non ci sono più scuse. Non sopporto che una stanza non abbia un rapporto con l’esterno.
Parlando di materiali, com’è cambiato il tuo approccio con il passare del tempo e la disponibilità di materiali nuovi e più tecnici? Sono nato con l’idea dell’essenzialità. Usare i materiali per quello che sono. Il ferro lasciato a ossidarsi, il legno vivo, che si muove, che si incide. Non mi interessa il legno verniciato che sembra plastica. Preferisco materiali che diventano, che cambiano. Oggi però esistono anche materiali tecnologici incredibili, indistruttibili, alla portata di tutti. Hanno cambiato un pò la nostra percezione, ma in generale non rinuncio mai alla memoria della materia.
Hai detto una frase forte: “L’Italia morirà per troppa storia”. Me la spieghi?Lo dico spesso, e lo penso. Non possiamo più muovere una pietra. Ogni città è imbottigliata dalla propria eredità storica. Non si può toccare niente senza imbattersi nelle sovrintendenze. In altri luoghi si costruisce, si sperimenta, si osa. Noi siamo fermi. Milano fa un pò eccezione, perché è una città novecentesca. Per questo ha potuto diventare internazionale. Ma altrove è impossibile innovare.
E come si può trovare un equilibrio tra passato e futuro?Serve coraggio. Serve una visione. Serve decidere cosa conservare e cosa superare. Il vero dialogo tra storia e contemporaneo non si fa con un render ibrido, ma con un’idea forte, chiara. Ti faccio un esempio: il Campus dell’Università Bocconi a firma degli architetti Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa dello studio SANAA. Sono riuscite a inserire un’architettura importante nel tessuto urbano. Ma è raro. Troppo raro.
Cosa ti piacerebbe ancora fare? C’è un progetto che senti di non aver realizzato?In passato mi proposero la progettazione di un grande negozio tra Barcellona e Madrid, era davvero gigantesco. Io ero giovane e mi feci sopraffare dalla paura. È l’unica volta che ho detto no. Ecco, quello mi dispiace. E poi… non ho mai fatto un museo o un teatro. Ma ormai, ti dirò, non mi manca niente. L’architettura importante, oggi, non si fa più in Europa. Si fa dove stanno crescendo: Cina, Arabia Saudita. Qui bisogna recuperare, non costruire.
Parlando dei giovani, cosa vedi oggi nelle nuove generazioni di architetti?Mi piace stare con loro, li ascolto, mi danno energia. Ma spesso mi sento più giovane io. Vedo che manca l’interesse, la fame. Io partivo per Roma per vedere un set, andavo a Venezia per il Béjart Ballet in piazza San Marco, a Spoleto per il butō giapponese. Molti di loro accettano la vita così com’è. E questo è un limite culturale serio.
E l’intelligenza artificiale? Paura o opportunità?Non capisco chi ha paura del futuro. L’intelligenza artificiale non pensa. E non penserà mai. Ma se la sai usare, ti può servire. Pensa che il mio assistente, qualche anno fa, si dimenticò il mio compleanno e per scusarsi mi scrisse una lettera di auguri usando l’IA… ti giuro, da piangere, sembrava scritta da Manzoni. L’IA va usata come strumento. I problemi li vedo altrove: cosa faranno le masse disoccupate? Quella è una vera sfida. Ma chi ha testa, saprà farsi aiutare, non sostituire.
Cosa ti spinge, ancora oggi, a rimetterti in gioco ogni volta? Non riesco a non farlo. Mi affascina il nuovo. Mi terrorizza, ma mi elettrizza. E poi perché mi diverto. Sì, mi piace proprio divertirmi, ancora. Lo facevo a vent’anni, lo faccio adesso. L’architettura, l’allestimento, il costume, la casa, il negozio: sono tutti parte di uno stesso flusso. Un gesto vitale, uno slancio, una sfida.