Omar Pedrini, un’intervista a suon di citazioni (a lui molto care!)

“Brescia per me è una madre… mi vanto di essere uno dei pochi bresciani nati nel ring” mi racconta con una luce speciale negli occhi. Non risparmia le critiche, ma nemmeno le parole d’amore per la sua città, per la musica che definisce sua moglie, per l’arte e le persone che lo circondano. Un poeta, un entusiasta, l’amico che non ti nega mai un sorriso sincero.  

Una citazione che ti suonerà familiare “Ci sono giorni in cui mi sveglio spento…”. Brescia si sveglia spenta? In effetti qualche mattina mi sveglio spento, questa citazione è l’incipit di “Sole spento”, una canzone che è stata ispirata proprio da Brescia, quando ricevetti una lettera dal carcere di Canton Mombello. A tutt’oggi questa canzone è il più grande successo dei Timoria; pensa che andai a suonarla in carcere con Andrea Pirlo e Maurizio Neri. Un ricordo di cui vado fiero.

Un ricordo passato, ma nel presente ti dice qualcosa?  La mia citazione parlava di me stesso… Riferita a Brescia, direi invece che quest’anno Brescia mi sembra in preda all’entusiasmo per l’anno della cultura anche se personalmente credo che le sia mancato un tantino di spirito critico, un aspetto necessario per fare un salto di qualità. Nell’anno tanto sbandierato della cultura, in cui ci chiamiamo persino “capitale” sarebbe stato il caso di andare un pò oltre questa modalità “provinciale” tipicamente bresciana, nonostante sia apprezzabile, da un certo punto di vista, l’entusiasmo caldo e la semplicità che contraddistinguono la provincia. Io oggi sono cittadino milanese, ma mi sento bresciano come il primo giorno che sono arrivato qui; la mia vuole essere una critica costruttiva perché temo che ci siamo specchiati in noi stessi, quando invece avevamo l’opportunità di beneficiare di fondi per la cultura che avrebbero potuto darci ancora di più. Tornando a noi non vedo una città spenta, tutt’altro, la trovo frizzante anche se un po’ disorientata dal fatto, penso, di non aver goduto di un progetto unico, un’idea di fondo capace di unire il mondo della cultura.

In realtà avevo pensato ad una città spenta perché non ci sei tu, e la tua musica…  Resta un po’ sorpreso e imbarazzato.  Non posso permettermi di dirlo io, ma non ti nascondo che mi ha fatto piacere sentire un pò di solidarietà da parte dei bresciani quando hanno saputo che per il mio tour non sarei venuto a Brescia. Mi sono sentito per tanto tempo solo e abbandonato dalla mia città alla quale credo di aver dato qualcosa in questi trent’anni, quindi mantengo la mia idea di stare ancora per conto mio. Oggi il disagio che provo è ancora fresco e ci vorrà del tempo per riassorbirlo, anche perché, detto con grande rispetto, non vorrei che la situazione si chiudesse con una pacca sulla spalla. Ho investito tanto tempo e denaro su Brescia, ho organizzato molte cose e credo sinceramente che non mi sia stato riconosciuto. Detto questo “io non mi sveglio spento” perché sento l’affetto di molti bresciani che mi vogliono bene e ciò per me conta più di tutto; pensa che quando sono in giro per l’Italia mi chiedono spesso del Brescia calcio, di Baggio, della nostra cultura e della città ed io rispondo sempre con affetto, non riesco a parlarne male neanche quest’anno che mi ha davvero ferito. 

Ultimo tour “Sospeso” o “in sospeso”? Ci fai preoccupare… Ti risponderei entrambi! Che sia l’ultimo tour è stata una decisione obbligata in qualche modo da un pò di buon senso soprattutto per la mia salute; devo impegnare più tempo per stare bene e fare progetti diventa sempre più difficile. Una tournée rock richiede moltissima energia, non solo mentalmente ma anche fisicamente perché stare sul palco due ore e mezza sta diventando un attentato al mio cuore, dunque una scelta che era nell’aria.  Onestamente, anche guardando i miei figli, ho pensato che fosse arrivato il momento di prendermi cura di me stesso; arriva un momento in cui un artista deve saper percepire alcuni segnali, proprio come accade per tutti. Naturalmente chi ha un pubblico, ha una sorta di dovere che lo spinge a spiegare le sue scelte anche quando lui stesso non ha tutte le risposte. In questo caso il mio istinto mi dice che è giunto il momento di prendere una pausa, di staccare per stare in compagnia di me stesso. Non dico “in solitudine” perché è più bello “essere in compagnia di noi stessi”…quindi chiudo anche io con una citazione di San Francesco D’Assisi: “bisogna sapersi sentire in compagnia quando si è soli e serbarsi in solitudine quando si è in compagnia”. 

“La musica è una fortuna ed è la nostra vera terapia” diceva Enzo Bosso, uno dei più grandi compositori a livello internazionale, indimenticabile musicista e Maestro d’Orchestra…  La musica è una terapia naturale, più in generale l’arte, poi ogni artista trova la forma d’arte che più sente vicina; io ho la fortuna di potermi esprimere attraverso forme artistiche differenti e credo che questo patrimonio mi verrà buono tra qualche anno. Sono come frecce in un arco teso verso la vita… Anni fa lavoravo per Rai 2, Sky Arte, Rai 5, mi riferisco a televisione di cultura, ho sempre lavorato per la musica e per l’arte in televisione, non facevo programmi di intrattenimento eppure, in qualche modo, mi sentivo prestato alla televisione.  Credo di essere stato un precursore anche in quel caso, e sai quando ho lasciato tutto? Non appena i medici mi hanno detto che avrei potuto ricominciare a fare rock, non ci ho pensato un secondo e ho abbandonato ogni cosa, anche i libri perché a quel tempo avevo pubblicato con Editori importanti.  La musica è un amore… la risposta più sincera è che tutte le arti sono mie amanti, mentre la musica è mia moglie, quando sento il suo richiamo scappo via da tutte le altre, subito, sull’attenti! Sorride. E questa volta non ha fatto eccezione perché appena ho capito di poter affrontare nuovamente una tournée non ho esitato; chiaramente non me l’aspettavo dopo il mio ultimo intervento al cuore che ho dovuto ripetere tre volte. Non posso ritenermi sfortunato, ma stavolta ci sono stati dei problemini e hanno dovuto rioperarmi; forse un pretesto per ripensare ai momenti significativi della mia vita e naturalmente ai miei figli, la cosa più importante per me. 

Omar Pedrini nella foto Omar Pedrini ritratti Brescia 31/10/2018 foto Matteo Biatta

Tu hai scritto una canzona meravigliosa dedicata proprio a tua figlia… Sorridimi.  Un ricordo molto dolce. L’ho scritta per la mia bimba proprio quando ho dovuto affrontare il quinto intervento al cuore. La ricordo con i suoi sorrisi da bambina, aveva due anni, parliamo di otto anni fa, adesso ne ha dieci. Lei con i suoi sorrisi inconsapevoli mi costringeva ad andare avanti, non comprendeva cosa succedesse intorno a lei e io le dicevo sempre: se mi sorridi così papà ce la farà anche stavolta e fermeremo il tempo.

La prossima citazione è di Ettore Sottsass, designer, architetto, artista geniale e anticonformista: “non amo l’arte, ma gli artisti”. Ci sono artisti da cui trai ispirazione, che fanno vibrare le tue corde? Amo l’arte e gli artisti che inevitabilmente diventano miei amici. Questa domanda cade a proposito perché ho dedicato il mio ultimo disco a tre grandi artisti e sono contento che Il Corriere della Sera ne abbia parlato proprio oggi; a loro è dedicato il mio ultimo disco “Sospeso” che racconta un pò del nostro mondo in sospeso, e che ho scritto mentre la mia vita era in sospeso. Quindi, per tornare alla domanda precedente, è “sospeso” ma anche “in sospeso” perché eravamo tutti in uno stato di attesa, così come lo è oggi il mondo. Ci sono delle guerre che sembrano incomprensibili e inestirpabili, il pianeta è malato e ce ne stiamo rendendo conto tutti perché i cambiamenti climatici sono ben evidenti! Oggi il mondo è in sospeso e, se nel mio disco credevo di parlare per me stesso, pensavo si trattasse di canzoni intime, molti si sono riconosciuti nelle mie parole e questo mi ha un pò stupito. Tornando a noi ho deciso di dedicare questo disco a tre amici che abbiamo perso e, così come molti altri personaggi impareggiabili, hanno contribuito a rendere Milano quello che oggi rappresenta nell’immaginario collettivo, una città di tendenza, d’avanguardia, la città della cultura, accogliente che può dare un’occasione a tutti. Non dobbiamo dimenticare che Milano è Milano per i grandi intellettuali che ci vivono e che spesso non sono milanesi, anche se pare che i milanesi oggi non se ne rendano più conto! Quest’anno abbiamo perso tre persone speciali, che erano anche miei grandi amici, a cui ho dedicato il disco: il grande Andrea Pinketts, l’amico Giovanni Gastel che ha fatto la copertina del mio libro e non da ultimo Matteo Guarnaccia che ha realizzato molte copertine dei miei dischi. Nell’arco di un anno sono mancati tutti e tre e non so se i milanesi hanno compreso chi hanno perso… È quello che intendevo prima parlando di Brescia, che mi è mancato dell’anno della cultura, per cui se dovessi fare una critica non richiesta, e volendo sempre possibilmente parlare bene della mia città, ti direi che sono mancate le idee dei grandi pensatori, giornalisti, scrittori. Allo stesso tempo sono state fatte anche delle cose importanti, come ad esempio il progetto di Brescia Musei con David La Chapelle che ha affiancato le sue opere a quelle di Giacomo Ceruti, Il Pitochetto. Ecco avrei visto meglio Brescia in quella direzione…vero anche che chi non osa non sbaglia… Non voglio che le mie parole suonino come una polemica, ma piuttosto mi auguro che rappresentino uno stimolo a migliorare e aprirsi alle opportunità con spirito critico.

“Il vino eleva l’anima e i pensieri, e le inquietudini si allontanano dal cuore dell’uomo” una frase di Pindaro del 500 a.C. circa… tu sei un grande appassionato e conoscitore di vini. Mi sveli i tuoi progetti futuri? Recentemente ho pubblicato un libro di enogastronomia, quindi sono indiziato. Scherza. Inoltre faccio il contadino, produco vino in Toscana e, tra qualche tempo, il mondo del vino diventerà sempre più il mondo di Omar perché ho deciso di trasformare la mia tenuta in una realtà nuova. Ho lavorato con Veronelli al Gambero Rosso due anni, ho scritto tanto di vino, e adesso è uscito un manuale creato per la Coop che ha raccolto gli articoli scritti in questi anni per la loro rubrica, e ne ha fatto una pubblicazione veloce e comprensibile per tutte le tavole. Questo ti fa capire il mio amore per il vino. Veronelli è stato il mio vero Maestro di enologia e di molte altre cose… 

E tuo padre Roberto, anche lui era un appassionato?  Mio padre è sempre stato un amante del vino, da buon franciacortino mi portava alle Cantine  Berlucchi quando avevo sei anni; io sono un bambino cresciuto con il ciuccio bagnato nel Franciacorta! Per questo amore devo ringraziare anche mio zio Paolo – ci tengo a dirlo, uno dei motivi per cui ho chiamato mio figlio Paolo, che si chiama Leone Faustino Paolo, per Papa Paolo VI che è bresciano naturalmente e poi mio zio Paolo che è stato il barman per trent’anni della Bottega della Corte in via Bulloni a Brescia. Oggi non esiste più, hanno aperto un ristorante, il Nineteen. Avevo cinque anni e ho suonato lì la mia prima chitarra perché il socio di mio zio Paolo, che si chiamava Domenico – una coppia celebre negli anni ’70 a Brescia, suonava la chitarra per i clienti. Che dire, il vino per me è una passione nata fin da piccolo, probabilmente legata anche a motivi geografici, la Franciacorta. Mio padre è sempre stato un appassionato, era amico di Franco Ziliani, eravamo amici di famiglia e quindi ricordo da bambino questi lunghi discorsi sui vini…

Mi racconti della tua tenuta in Toscana? Terminata questa tournée – immagino che sarò in tournée per sette o otto mesi, inizierò questa nuova avventura per trasformare la mia terra in un indotto, quindi diventerà un Agriturismo e Bed & Breakfast. Quando passerete dalla Toscana saprete dove andare, scherza… Sono a Cetona in provincia di Siena, colline senesi, Montepulciano, Montalcino, Pienza, Cetona. Il main business sarà il mio olio, che prima regalavo agli amici o comunque lo consumavamo noi, successivamente ho avuto una proposta da un grosso produttore e così vedremo. Già Luigi Veronelli mi diceva di produrre dell’olio, pensa che l’ha chiamato lui olio “Sovrano”, un nome scelto da Gino. 

A proposito di olio ricordo la passione di un grande Chef, e un grande uomo, Vittorio Fusari fondatore de “Il volto” a Iseo…   Mi fa piacere che tu l’abbia citato perché considero Vittorio un grande amico e, nell’anno della cultura, penso che sia giusto ricordare Vittorio Fusari che ha dato tantissimo alla cultura bresciana.  Aveva sempre Iseo nel cuore come base delle sue creazioni ed è stato è stato un grande amico… Ti dico una coincidenza personale, ma allo stesso tempo emozionante ed enigmatica… Mio zio Paolo, barman della Bottega della Corte è mancato lo stesso giorno di Vittorio, il 1° gennaio. La notizia mi è arrivata al risveglio di Capodanno… Ricordo che io e Vittorio facemmo insieme una conferenza a Milano, dove aveva aperto il Ristorante “Pont de Ferr”, un posto davvero magico. Era già malato, quando ci vedevamo parlavamo molto, e lui mi diceva: “Omar dai che parliamo un po’ dei nostri cuori…”. Era diventato anche un argomento di discussione tra noi. Vittorio era un intellettuale, un uomo di cultura gastronomica, è stato il primo dei grandi Chef che conosco a parlare di cucina e salute, cibo sano, scelta di ingredienti sicuri senza conservanti o veleni. Era avantissimo, già vent’anni fa. Credo che definire poeta Vittorio Fusari sia possibile!  Per concludere, tornando a Gino Veronelli, lui mi hai insegnato moltissimo perché non sono stato solo vicino al grande giornalista enogastronomico, ma ho imparato che il cibo e soprattutto il vino sono cultura. Se vogliamo chiudere con una citazione – e sul vino ne avrei milioni, “Il vino è la parte intellettuale di un pranzo” una frase geniale, di Alessandre Dumas, ed è vera perché Gino mi faceva vedere così il vino. E poi mi diceva di stare attento agli astemi perché sia Hitler che Stalin lo erano! Ride. Queste sono le due citazioni che mi ha trasmesso Luigi Veronelli.

Chiuderei con una citazione di Alda Merini, la poetessa della vita: “Devo liberarmi del tempo e vivere il presente giacché non esiste altro tempo che questo meraviglioso istante”. Tu parli spesso di tempo nelle tue canzoni… Pensa che ho avuto il piacere di conoscerla tanti anni fa e di cantare per il disco di Giovanni Nuti che, quando è mancata, ha radunato gli amici e ad ognuno ha fatto interpretare una canzone per comporre un disco. Immagini che poesia della Merini mi ha fatto cantare? Le Osterie. Mi disse: “Omar, sembra scritta per te!”. Quindi ho avuto l’onore di interpretarla. Con Alda non sono riuscito a creare un’amicizia, però le ho stretto la mano e le ho fatto i miei complimenti sinceri, era una donna intelligente. Era incredibile, il suo sorriso. Rideva sempre anche per far impazzire gli invidiosi, il modo migliore per rispondere alle provocazioni era tramite un sorriso. Questa era Alda. Penso che il tempo sia la ricchezza più grande che abbiamo. Io lo so bene, se c’è una cosa che conosco bene è il valore del tempo; chi vive un pò dentro e fuori dagli ospedali come me sa quanto sia importante non sprecare il proprio tempo. E qui dovremmo scomodare anche Seneca che nel De brevitate vitae ci dice: “l’esistenza umana non è breve, ma viene resa tale dalla nostra incapacità di adoperare il tempo” che ci è stato assegnato, in maniera proficua. Io per primo sono stato schiavo del tempo senza comprenderne il vero valore, ma negli ultimi diciannove anni sto cercando di recuperare impiegandolo meglio. Il mio cuore mi ha dato un segnale forte e chiaro per imparare a guardare la vita con occhi diversi.

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