Non è una persona che ama mettersi in mostra. Lo dice senza falsa modestia, semplicemente come dato di fatto. Patrizia Apostoli arriva alla presidenza dell’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Brescia dopo un percorso lungo, costruito nel tempo, fatto di presenza costante più che di visibilità. Vent’anni dentro l’istituzione, incarichi diversi, ruoli che si sono stratificati uno dopo l’altro: consigliere, tesoriere, presidente del Collegio dei Revisori. Sempre con la stessa postura, quella di chi considera l’Ordine non un luogo di rappresentanza personale ma uno spazio di responsabilità condivisa. Il fatto che sia la prima donna alla guida dell’Ordine bresciano è un passaggio significativo, certo, ma non è il centro del suo discorso. L’Ordine di Brescia è una realtà numericamente e strategicamente rilevante con oltre 2.200 iscritti, una provincia che rappresenta uno dei motori economici più forti del Paese, un tessuto produttivo che spazia dalla grande industria alla piccola impresa, dall’artigianato al mondo agricolo. Guidare una realtà così significa assumersi un compito che va oltre la dimensione simbolica. “Siamo stati eletti, ma siamo a servizio della categoria, non di noi stessi”, ci racconta. Non è una formula di circostanza, è la sintesi di un’idea precisa di ruolo che Apostoli non vede come punto di arrivo, ma come tappa di un percorso che continua e si misura con sfide concrete: identità professionale, rapporto con le istituzioni, giovani, innovazione e sostenibilità.

Presidente Apostoli, oggi partiamo da lei come donna. È anche il primo giorno di insediamento: che emozione prova nell’essere la prima donna alla guida dell’Ordine di Brescia? Sono molto emozionata, devo dire. Dopo vent’anni di attività ordinistica essere riuscita ad arrivare qui ha per me un significato particolare. Essere la prima donna Presidente dell’Ordine di Brescia, in un mondo che considero ancora prevalentemente maschile, è qualcosa che mi riempie di orgoglio, non tanto per l’etichetta, ma per il percorso che rappresenta. Questa mattina (primo giorno di insediamento) ho ricevuto messaggi di stima da colleghi e anche da persone non addette ai lavori e sono cose che fanno bene all’anima. A volte ti impegni per anni e nessuno ti dice esplicitamente che stai lavorando bene. Poi arriva un risultato che, in qualche modo, conferma quel lavoro e questo riconoscimento, anche silenzioso, è importante. Detto questo, il ruolo va preso con rispetto e senso di responsabilità. Rappresentare oggi la categoria significa essere consapevoli che la professione sta attraversando un momento complesso e che va difesa e valorizzata.
L’Ordine di Brescia è una realtà importante: secondo in Lombardia dopo Milano, oltre 2.200 iscritti. Che peso ha questa responsabilità? Brescia è un territorio economicamente molto forte. Tolta Milano, è la provincia più rilevante della Lombardia e a livello europeo è una delle prime province industriali. Si tratta inoltre di un territorio estremamente diversificato che va dalla montagna fino alla pianura, con realtà produttive molto diverse tra loro; questo naturalmente si riflette anche sulla nostra categoria.Abbiamo colleghi che seguono grandi gruppi industriali e altri che lavorano con piccole e medie imprese, con artigiani, con il mondo agricolo. È una pluralità di competenze e specializzazioni che rende l’Ordine di Brescia articolato e complesso. La responsabilità sta proprio nel riuscire a rappresentare tutte queste realtà, tenendo insieme esigenze diverse senza perdere l’identità comune della professione.
La lista con cui si è presentata alle elezioni, “Uniti per la professione”. Un messaggio emblematico, come nasce? Nasce dall’idea di trasmettere un messaggio preciso: al di là di quello che si può percepire a livello nazionale, Brescia è una categoria che riesce a esprimersi in modo unito. La lista è composta da colleghi con esperienze differenti. Alcuni provenivano dal Consiglio precedente e hanno deciso di ricandidarsi, mentre altri sono nuovi dal punto di vista istituzionale, pur avendo già partecipato a commissioni o attività dell’Ordine. È una squadra variegata anche per età: ci sono giovani, meno giovani, donne e uomini in equilibrio quasi perfetto. Io credo molto nel valore della continuità, perché l’esperienza maturata è un patrimonio, ma credo anche nel rinnovamento. Aggiungo che mi ha fatto piacere vedere che alcune persone hanno ricevuto molte preferenze perché significa che il lavoro fatto viene riconosciuto, se lavori bene, prima o poi il riconoscimento arriva.

Il Consiglio vede una presenza femminile molto forte… Sì, e lo considero un segnale positivo. A Brescia le donne rappresentano circa il 36% degli iscritti, una percentuale di poco superiore alla media nazionale. In Consiglio siamo otto donne e sette uomini. Non è una questione di quote, ma di merito, le donne sono state elette. Questo significa che la categoria riconosce competenza e impegno indipendentemente dal genere. È un passaggio importante in una professione che, storicamente, è maschile.
Continuità ma anche nuovi obiettivi. Partiamo dalla sede dell’Ordine… Il progetto della sede è stato avviato dal Consiglio uscente ed è attualmente in stand-by per motivi burocratici legati alla proprietà dell’immobile individuato. L’idea è avere una sede più funzionale, più fruibile, più vicina agli iscritti. Oggi siamo in un palazzo storico bellissimo, ma con alcune difficoltà operative e logistiche. Mi piacerebbe che la sede diventasse davvero la casa dei commercialisti, un luogo dove organizzare convegni, incontri, riunioni. Un Ordine che non sia solo un ente giuridico, ma un punto di riferimento attivo, efficiente, inclusivo ed attento alle esigenze di tutti gli iscritti.
Il rapporto con il territorio e le istituzioni? Abbiamo già avviato incontri con le realtà istituzionali con le quali si interfacciano gli iscritti nella propria attività lavorativa quotidiana. È importante che il commercialista venga percepito per quello che è realmente: un elemento fondamentale nell’ingranaggio della società civile, anche con un ruolo sociale. In un panorama economico e normativo sempre più intricato, il commercialista ha smesso di essere un semplice “elaboratore di dati” per diventare il fulcro strategico dell’attività d’impresa: in particolare, nelle PMI italiane il commercialista sta evolvendo sempre più in un partner capace di accompagnare le imprese nei loro percorsi di investimento, crescita e innovazione, grazie anche agli strumenti abilitati dalla trasformazione digitale. Senza dimenticare che la fiducia nel proprio commercialista resta però un punto fermo: le imprese riconoscono al proprio consulente in primo luogo affidabilità, precisione e capacità di ascolto.
Cosa pensa dei giovani e del loro contributo all’interno dell’Ordine? I giovani sono fondamentali, perché rappresentano il futuro della professione. Mi piacerebbe che si avvicinassero di più alla vita dell’Ordine, soprattutto attraverso le commissioni di studio. È vero che spesso il giovane che lavora in studio ha poco tempo e tende a rimanere concentrato sull’attività quotidiana, però il confronto è fondamentale per crescere. Solo con la formazione continua e con lo scambio di esperienze si può davvero costruire una professionalità solida. Oggi è molto importante anche il tema della rete tra colleghi. Il commercialista che lavora completamente da solo ha sempre meno futuro, perché la nostra è diventata una professione complessa che richiede competenze diverse e un confronto continuo. Chi si chiude nel proprio studio rischia di rimanere isolato, mentre il lavoro di squadra permette di affrontare meglio anche le difficoltà legate a una normativa che cambia continuamente.I giovani, da questo punto di vista, possono dare molto. Sono più aperti all’innovazione e hanno una grande familiarità con gli strumenti digitali. Penso per esempio all’intelligenza artificiale: io stessa mi sto avvicinando a questo mondo, cercando di capirlo, perché sono convinta che potrà essere di grande aiuto soprattutto nelle operazioni più ripetitive del nostro lavoro. Proprio per questo è importante che tutta questa freschezza entri anche nella vita dell’Ordine. I giovani portano idee nuove e modi diversi di lavorare, e questo è un valore per tutta la categoria. I giovani professionisti sono i principali promotori del cambiamento del ruolo del commercialista, portando una mentalità nativa digitale e una spiccata sensibilità verso i temi etici.
Restando sul tema dei giovani, non solo quelli già inseriti nella professione, avete previsto qualche iniziativa? Un progetto rivolto agli studenti a cui tengo molto e che mi piacerebbe strutturare in modo stabile. Anni fa mi era stato chiesto di andare in un liceo a parlare della nostra professione e la prima domanda che avevo fatto ai ragazzi era stata: “secondo voi cosa fa un commercialista?”. La risposta è stata: “commercia”, oppure: “fa il 730”. Questo fa capire immediatamente come siamo percepiti all’esterno. In realtà il nostro lavoro è molto più articolato: consulenze societarie, attività in tribunale, gestione della crisi d’impresa, piani di ristrutturazione, accompagnamento dell’imprenditore nelle scelte. Da quell’esperienza è nata l’idea di non lasciare questi incontri come episodi isolati, ma di trasformarli in un percorso strutturato, almeno a livello provinciale. Non solo come orientamento professionale, ma anche come educazione alla legalità. Oggi è fondamentale aiutare i ragazzi a comprendere il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è. Il commercialista, nel suo lavoro quotidiano, può prevenire situazioni di irregolarità, far comprendere le conseguenze di determinate scelte. Raccontarlo ai giovani significa non solo far conoscere meglio la professione, ma contribuire a costruire maggiore consapevolezza attribuendo anche un forte senso civico alla nostra professione.
Come si conciliano questi numerosi impegni con la vita personale? Solo con il sostegno delle persone che hai accanto. Mio marito mi ha sempre supportato nelle scelte professionali. Lo studio mi ha dato la possibilità di organizzare il lavoro in modo da conciliare famiglia e professione, pur facendo numerosi sacrifici personali chiaramente. Ho una figlia che compirà vent’anni quest’anno e ho sempre cercato di esserci per lei. Devo dire che oggi il nostro rapporto è diverso, più adulto; ho sempre cercato di supportarla nelle sue scelte affinché raggiungesse un suo grado di autonomia. Personalmente credo che sia giusto affiancare i figli – e più in generale i giovani, ma anche consentire loro di sbagliare, per crescere.
Quali sono le qualità necessarie per raggiungere dei risultati importanti? Secondo me servono prima di tutto determinazione e tenacia. Io non provengo da una famiglia di professionisti, quindi sono partita dal basso e mi sono rimboccata le maniche fin dall’inizio. Ho sempre affiancato con umiltà i professionisti con cui ho lavorato, prima nello studio in cui ho iniziato e poi in quello in cui lavoro oggi cercando di “rubare” il lavoro nel rispetto dei ruoli. Credo che sia importante avere la voglia di dimostrare prima di tutto a se stessi che si può arrivare. Non è un percorso semplice, ci sono momenti difficili e anche delusioni, però bisogna avere la forza di rialzarsi, con costanza e con serietà. La tenacia e la determinazione sono fondamentali, ma altrettanto importante è non dimenticare da dove si viene. Un pizzico di umiltà fa sempre la differenza, soprattutto in un percorso lungo come il mio. Io penso di essere arrivata qui perché ho costruito negli anni un percorso dentro l’istituzione e dentro la professione, cercando sempre di lavorare con serietà e attenzione alle persone e ai ruoli. Alla fine non conta tanto il punto in cui arrivi, ma il modo in cui ci arrivi. E quello che conta davvero, per me, è sapere di aver fatto il mio percorso con impegno e con rispetto.