PIERPAOLO MARIANI “Essere medico significa educare condividere un percorso di fiducia con chi cerca l’uscita dai propri mali fisici”

Un Bresciano cresciuto con l’aroma del Franciacorta e l’aria mite dell’alto Garda, uno specialista in chirurgia dell’apparato digerente ed endoscopia digestiva chirurgica, direttore della struttura complessa di Chirurgia Generale all’Ospedale Pesenti-Fenaroli di Alzano Lombardo, in provincia di Bergamo.

Professore, ha conseguito la maturità classica presso il glorioso Istituto Cesare Arici a Brescia, poi qual è stato il suo percorso di studi?

Per la Laurea in Medicina e Chirurgia sono rimasto a Brescia, così come i primi anni della specializzazione in Chirurgia, con un importante e fondamentale periodo trascorso a Leuven, in Belgio, dove al tempo ho vissuto una vera e propria immersione nella chirurgia mini-invasiva laparoscopica. Laparoscopia che si traduce in interventi con un ridotto  trauma chirurgico che permettono di ottenere risultati di maggiore precisione e migliorano la crescita dell’intera squadra di lavoro, grazie alla visione su monitor ad alta definizione. Per quanto riguarda invece la professione medica più in generale, mi ripeto spesso che il medico è un operatore di “nosocomio”, un nome greco che viene da lontano. Una definizione che la dice lunga della continuità di questa professione e sulla nobiltà della sua evoluzione storica. 

Cosa ha visto di così incredibile a Leuven? 

Grazie al mio direttore di scuola di specialità, il prof. Bruno Salerni, che aveva intessuto rapporti solidi con l’Università Cattolica di Leuven, nel 2001 ho frequentato il IV anno di Specialità al Gasthuisberg dove, per una sorta di snobismo, le èquipe mediche parlavano sì in inglese, ma al tavolo operatorio quasi esclusivamente in fiammingo. Superato l’ostacolo della lingua, è nata una fiducia reciproca, un rapporto rimasto solido anche oggi, dopo molti anni. Ad essere onesto avrei voluto rimanere in quel clima, medicalmente parlando, perfettamente europeo e proseguire lì la vita di chirurgo. Ma gli impegni familiari, però, hanno fatto leva sulle mie responsabilità e sono rientrato agli Spedali Civili di Brescia per terminare la scuola di specializzazione. 

Dottore, non le ho chiesto qual è stato il motivo che l’ha portata a scegliere proprio la specialità chirurgica. Quando ha sentito che poteva essere un settore appassionante?

Senza cadere nella retorica o nelle frasi fatte… il mio desiderio di fare il medico nasce fin da piccolo, forse già alle scuole elementari; ero molto affascinato e incuriosito da quella valigetta con cui il mio medico di famiglia, il dott. Calebich, veniva a visitarmi a casa ed ancor di più da quello strumento, allora anche un po’ temuto, il fonendoscopio, con cui mi auscultava cuore e polmoni. Ricordo che all’età di sei anni accompagnavo settimanalmente mio padre alla clinica Casa Moro, per delle medicazioni e tutto ciò mi impauriva, ma allo stesso tempo mi rendeva molto curioso. Da allora la passione per la medicina si è fatta più concreta, soprattutto durante il ricovero in ospedale per l’intervento di appendicite. Al secondo anno di liceo ebbi la tentazione di iscrivermi ad architettura e mi informai per Venezia… ma poi prevalse “l’antica” passione, e dopo la maturità classica tentai il test di Medicina superandolo con successo e coronando quindi il sogno di frequentare quella facoltà. La passione per tutto ciò che è architettura e arte, in tutte le sue forme, continua ad accompagnarmi, convinto che anche la medicina e la chirurgia siano una nobile forma di arte; con le mani, attraverso strumenti sempre più tecnologici, si “ripara” la parte del corpo malata, ridonando un’armonia funzionale.

Quanto conta la tecnologia e quanto l’approccio psicologico con il paziente?

La prima è uno strumento, è un Media che consente un miglioramento costante nella capacità di operare e farlo su spazi sempre più ridotti e con migliore definizione. Immagini i risultati ottenuti nell’oreficeria, dove strumenti di precisione consentono tagli alle pietre preziose e cesellature che in passato erano privilegio di pochi, eccelsi artisti. L’aspetto psicologico, quello umano, è ciò che differenzia la capacità di adattamento del cervello al singolo caso, rendendo ogni paziente, dunque ogni intervento, un caso unico e da personalizzare. Un chirurgo non potrebbe limitarsi al “caso da manuale”, ma necessita di anni, persino decenni di esperienza per avvicinarsi all’eccellenza. La tecnica è molto, ma non possiamo ridurre ogni conquista a ragioni tecnologiche. In epoca di tecnicismo siamo assuefatti nel sentir dire che l’umano è come la macchina. La realtà odierna ci sta dimostrando che è la macchina che attinge dagli umani. “E la scelta etica non può essere affidata ad un algoritmo!”, solo per citare il prof. Federico Faggin che ho ascoltato con interesse al Teatro Olimpico di Vicenza. 

Il rapporto con il paziente è una relazione che prevede forze e convinzioni contrapposte. Inizia dal livello dialettico, andando spesso a smuovere convinzioni (persino superstizioni) che sviscerano comprensibili forme di disinformazione. Essere medico significa educare, condividere un percorso di fiducia con chi cerca l’uscita dai propri mali fisici, talvolta dalle proprie paure. Allinearsi con la persona che necessita della tua tecnica, della tua arte medica, vuol dire anche metterle a disposizione la più delicata forma di umanità, che molto spesso incoraggia la cura e la terapia necessaria per una più rapida ripresa.

Lei è balzato alle cronache, nel corso della prima Pandemia, perché è stato tra i primi operatori sanitari ad uscire dal Covid 19. 

In quel periodo tutti noi abbiamo cercato risposte, ci siamo interrogati e abbiamo avuto necessità personale di individuare i segni della speranza. Se, mio malgrado, ho potuto incoraggiare chi ha avuto paura o si é dato per sconfitto, ne sono felice. Per alcuni aspetti, quella tragica vicenda ha permesso alla società, partendo proprio dalla Lombardia, di reagire e mettere in discussione tante certezze che davamo per ovvie. 

La sua missione di medico ne è uscita rinforzata?

Fare il medico o l’operatore sanitario non è una missione: mi indispone la narrazione del “fare il medico è una missione”. Proprio quest’anno, durante la prima lezione di fisiologia agli studenti iscritti al primo anno del corso di laurea in scienze infermieristiche, ho esordito sottolineando il valore e l’importanza della professione sanitaria, aborrendo l’epiteto “missione”. Si tratta infatti di un mestiere, una professione altamente qualificata, da non confondere con la missione del religioso o del volontario. Individuare una disciplina codificata quale missione, questo valga per tutti i mestieri, è richiamare quell’effetto melodramma troppo diffuso in Italia. Se il Sistema Sanitario pubblico vuole invertire la tendenza della cosiddetta “fuga dei sanitari”, dovrà spendere, investire in ricerca, garantire sicurezza e portare gli investimenti in ricerca a superare il 2% del Pil. Oggi a malapena superiamo l’1%. La nostra è una società che non ha problemi a sprecare enormi risorse economiche e umane in futilità. Quando si seminano scuola, competenza, meritocrazia e cura si raccoglie ricchezza e serenità sociale con una continuità tra le generazioni. 

È un suo testamento?

Non saprei, certamente non serve un grande sforzo per comprendere che se non si semina non si raccoglie. E la Lombardia, per prima, dovrebbe dimostrare che serve visione, coraggio e intelligenza. C’è molta Europa, là fuori, più avanti di noi. Il resto è propaganda. 

Si parla di giovani generazioni che non scelgono più Medicina o scienze infermieristiche.

Da quest’anno insegno al Corso di Laurea in Scienze Infermieristiche e, ormai da diversi anni, sono convenzionato con la Scuola di Specialità di Chirurgia Generale dell’Università di Milano e con la Facoltà di Medicina dell’Università di Brescia. Lì vedo il prossimo futuro delle Scienze della Cura. C’è luce negli occhi di quelle ragazze e ragazzi che si spendono in scelte consapevoli. Il lavoro di squadra è qualcosa che va spiegato, per quanto difficile, a chi è pronto per una formazione che lo porterà ad operare nelle strutture sanitarie. Il sacrificio è necessario, ma ti fa assaporare la vita lavorativa al massimo delle sue possibilità. Ti insegna la solidarietà anziché la prevaricazione, ad esempio. Ti insegna che il tuo mestiere è scritto nella Costituzione italiana e che puoi vincere e fallire come in ogni settore, ma sei una grande speranza per chi cerca di stare bene. La Medicina è alleanza, fiducia nella scienza, conquista di mondi inesplorati, momenti di brivido. Riguardo la scelta, è un peccato che si mantengano i numeri chiusi per le facoltà di Medicina. Io lascerei libero accesso, con una selezione strada facendo, al secondo o terzo anno, pur rendendomi conto delle difficoltà della verosimile mancanza di edifici dove fisicamente accogliere gli studenti. Così facendo ridurremmo l’emorragia di operatori del settore, spesso attirati dai trattamenti economici di altri paesi. 

Cosa consiglierebbe agli studenti che volessero diventare dei grandi Chirurghi?

Direi prima di diventare grandi, ed in seguito chirurghi… Certamente di confrontarsi, di discutere, di viaggiare e di incuriosirsi delle cose anche più impensate. 

Per essere bravi sanitari è utile inebriarsi di cultura, di umanesimo, di mostre e musica, paesaggi, architetture. Alla base di tutti i professionisti c’è la cura per il mondo che li circonda, per la consapevolezza del genio, per la capacità di perseguire la qualità del fare e del saper riconoscere. 

Se un medico non è un missionario, è certamente un artigiano, un cittadino consapevole che si spende per migliorare l’ambiente in cui vive. E come un missionario offre, prima di ricevere. Un artista, un po’ come un dottore, ha la capacità di vedere le cose prima che accadano o di sapere utilizzare ciò che è a sua disposizione per creare un nuovo corso delle cose. “Ingrediente” fondamentale rimane la sensibilità di approcciarsi con umanità e semplicità con la persona in quel momento paziente, senza tanti schematismi o senso di superiorità. Non va dimenticato che non solo dobbiamo curare l’organo in quel momento malato: ricordiamoci sempre che l’organo sofferente risiede in un microcosmo, una persona, con la sua storia, le sue emozioni e soprattutto le sue paure di paziente.

Da luglio 2018 è il Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Chirurgia Generale dell’Ospedale di Alzano Lombardo; ma in particolare di cosa si occupa come chirurgo?

Nel reparto che dirigo trattiamo sia la patologia benigna di pertinenza chirurgica come ad esempio la calcolosi della colecisti, i difetti della parete addominale (ernie, laparoceli, ecc.), la patologia proctologica, sia la patologia tumorale neoplastica. In particolare dal 2017 sono responsabile della Colon Unit dell’ASST Bergamo Est e pertanto trattiamo soprattutto, in ambito oncologico, i tumori maligni del colon e del retto. Grazie ad un team multi specialistico, il paziente con neoplasia del colon-retto viene valutato e trattato in modo multidisciplinare, laddove ogni aspetto, da quello nutrizionale a quello psicologico, assistenziale, oncologico, chirurgico vengono valutati e “tagliati su misura” della persona in oggetto da curare, e quindi guarire.

Quindi il focus sull’alimentazione che va di moda è pertinente?

Direi che la maggioranza di noi è analfabeta sulla corretta alimentazione. Mangiamo male e troppo, l’obesità e l’eccesso di proteina o di cibi industriali, sofisticati, accelera il rischio di determinate patologie. Il mio prossimo impegno sarà di promuovere uno stile di alimentazione più corretto, iniziando proprio dagli ospedali, con l’aiuto e la competenza di dietisti e nutrizionisti. Il segreto per evolvere, nel campo della Medicina, è non aver paura di confrontarsi e soprattutto rimettere in discussione quegli aspetti, anche organizzativi, che non ci convincono. Concludo sottolineando come il lavoro di squadra di un reparto, fatto di medici, infermieri, Oss, sia alla base della riuscita di una della professioni più entusiasmanti ed utili per il bene collettivo. 

Le capitano casi di pazienti aggravatisi perchè non si sono curati per tempo?

Ahimè, si! La prevenzione è una conquista personale, è un percorso di educazione. Significa lavorare su se stessi, volersi bene con equilibrio per evitare complicazioni che hanno ricadute anche sulla propria famiglia, oltre che sul sistema sanitario. L’impressione è che oggi si sia indebolita quella buona pratica del “tenersi controllati” con maggior frequenza. La medicina non è come il restauro? Per conservare un bene è necessario monitorare e dedicare cure continue, prevenire possibili danni o, al limite, intervenire tempestivamente sulla singola parte. Prevenzione significa anche superare la paura di consapevolizzare un segno, o un sintomo, che il nostro corpo ci segnala, e farsi quindi valutare da un medico; nello specifico spesso giungono in ambulatorio pazienti con riferito sanguinamento anale o disturbi rettali non indagati per pudore, talvolta con il riscontro alla visita, con una semplice esplorazione rettale di una lesione del retto o del canale anale. Prevenzione significa anche partecipare in modo coscienzioso ai programmi di screening, di prevenzione che il sistema sanitario ci propone periodicamente; in particolare la ricerca del sangue occulto fecale richiede pochi minuti per essere eseguito e, nel caso di positività, l’ulteriore approfondimento diagnostico, con la colonscopia, può diagnosticare una forma tumorale iniziale e salvare il paziente.   

Total
0
Shares
Previous Article

EMANUELE LUMINI una business novel  per sostenere le imprese famigliari

Next Article

Sul Lago di Garda si guarda ad Oriente strizzando l’occhio al prossimo Expo di Osaka

Related Posts
Processing...
Thank you! Your subscription has been confirmed. You'll hear from us soon.
ErrorHere