“Il primo amore non si scorda mai, quindi ribadisco sempre che nasco e morirò Farmacista, è il lavoro che amo, adoro e continuerò a svolgere nonostante i numerosi impegni e le iniziative, anche istituzionali, che mi sono ripromessa di portare avanti con passione e diligenza. Seppure il mio lavoro sia in qualche modo essere una commerciante, credo che avere a che fare con la salute delle persone mi dia la possibilità di entrare non solo nella loro intimità – perché la salute è qualcosa di molto intimo, ma anche nel loro cuore e nelle loro famiglie”.

“La farmacista del centro”, così ti riconosce la maggior parte delle persone. Titolare della storica Farmacia Schiavo, un’attività di famiglia che da oltre quarant’anni è vicina ai bresciani con passione e grande ricerca. Direi un punto di riferimento anche per la medicina alternativa, la consulenza e la costante presenta anche nei lunghi mesi bui del Covid 19. Chi non ricorda l’impavida dottoressa che girava la città senza sosta per consegnare i farmaci? Essere Farmacisti é anche una missione e non hai mai nascosto questa tua forte predisposizione e passione… Mi piace l’idea di partire proprio da lì perché il mio cuore é la Farmacia; dico sempre che io nasco come farmacista e morirò come farmacista! Ho sempre desiderato fare la farmacista, sono cresciuta figlia di farmacisti e la cosa che desidero sottolineare è che ho sempre avuto difronte a me l’esempio non di un farmacista qualunque, per cui ho aspirato sin da bambina a lavorare in un luogo che fosse una bottega, un ambiente familiare dove esprimere le mie passioni. Volevo diventare una farmacista non proprio secondo i canoni usuali; desideravo essere un’esperta di medicina naturale e mi ci sono dedicata fin dall’Università, prima ancora di laurearmi avevo un’idea ben chiara di quello che avrei voluto fare nella mia vita. Forse il termine “farmacista” non riusciva a riempire appieno ciò volevo raggiungere, ma piuttosto consulente di medicina alternativa o naturopata che esprime realmente quello che ho voluto fare nella mia carriera finora. Quest’idea si è costruita negli anni attraverso l’esempio di mio padre Antonio Schiavo che è stato il primo a parlare di omeopatia a Brescia; ricordo che si recava a Milano la domenica per prendere i medicinali che vendeva durante la settimana. La catena di distribuzione era talmente inesistente che non gli spedivano nulla, ma dovevi andare a ritirarla: il concetto odierno degli ordini online nel 1980, quando lui iniziò, era fantascienza!
La Farmacia Schiavo apre le porte nel lontano 1978 e rientra tra le attività storiche riconosciute da Regione Lombardia. Quale il segreto di questa lunga e proficua carriera? Esatto abbiamo aperto nel ‘78 e abbiamo festeggiato i quarant’anni nel 2018. Essere un’attività storica significa semplicemente resistere, perché vengono nominate attività storiche tutte quelle attività che sono in piedi da più di quarant’anni con la stessa insegna, garantendo la continuità del tipo di commercio. Ciò non significa certo togliere merito alle attività storiche, ma effettivamente secondo me è più un premio legato alla longevità perché oggi è molto difficile superare i quarant’anni consecutivi di attività. Quante attività vediamo chiudere ogni giorno? Tantissime! Longevità significa nel tempo avere una clientela che ti conosce, far parte del tessuto di una città e cercare di migliorare il lavoro che hanno fatto i tuoi predecessori. Nel mio caso siamo di seconda generazione, ma quante attività a Brescia hanno anche tre o quattro generazioni? il segreto secondo me è cercare di fare sempre meglio, adeguarsi perché il cambiamento è doveroso e così la crescita.
Quali sono le caratteristiche necessarie per portare avanti un’attività oggi in maniera seria? È una domanda che mi fanno spesso e io rispondo sempre nello stesso modo… le cose basilari penso le conosciamo tutti; la perseveranza, l’impegno e la buona volontà. Io penso però che a tutto questo vada aggiunto anche un pizzico di pazzia: se tu oggi non hai un pizzico di pazzia e ti blocchi a tutti i “no” che ricevi non andrai mai avanti. Poi la buona volontà, la costanza, l’impegno, il fatto di conoscere quello che stai facendo, la cultura sono tutti aspetti fondamentali, presupposti imprescindibili, ma senza un po’ di pazzia rischi rischi di fermarti ancor prima di iniziare davvero la grande avventura. E sarebbe un vero peccato.

Come hai vissuto il passaggio generazionale in particolare come donna imprenditrice? Sorride (NDR). Qui aprirei la prima questione importante. Oltre al mio ruolo di farmacista mi sto dedicando a promuovere l’imprenditoria femminile proprio perché nel cambio generazionale ho sofferto molto la questione di subentrare come donna ad un uomo. L’ho subito molto perché ci sono ancora tantissimi luoghi comuni, modi di pensare per cui è l’uomo che deve dirigere l’azienda. Ho preso in mano le redini della mia azienda avanti negli anni perché mio padre non è un incosciente, avevo oltre quarant’anni; prima sono diventata direttrice e poi titolare nel 2019. Io ho apprezzato molto la scelta di mio padre di farmi seguire tutti gli step corretti che mi hanno permesso di crescere sia come essere umano che come professionista. Qual è stato il problema? Interfacciarsi con tutto ciò che è al di fuori della tua azienda come ad esempio le Banche o le Associazioni di categoria; tutti si aspettavano di incontrare il dottor Schiavo e mi chiedevano dov’era mio padre. Io rispondevo che non sapevo dov’era mio padre, magari a casa perché la titolare era presente. Io. Esiste ancora questo luogo comune per cui la donna non può essere, o comunque la prima idea che non sia lei, la titolare della ditta, ma che ci lavori così, magari a tempo perso. Nell’immaginario comune le donne sono il focolare della famiglia, non importa se le donne oltre ad essere madri e mogli sono anche titolari di aziende, vengono sempre interpellate della serie: “ma si dai se ci sei anche tu, però sarebbe meglio se ci fosse il dottore…“. Perché lui era il dottore, io ero la figlia del dottore. Promuovere l’imprenditoria femminile per me è un impegno importantissimo!
Sei Presidente del Comitato Imprenditoriale Femminile di Brescia, quali le iniziative in essere… mi racconti di cosa vi occupate? Si tratta di un Comitato che ha sede in Camera di Commercio e noi rappresentiamo tutto il mondo economico; a quel tavolo siamo in undici donne che rappresentano tutta l’economia bresciana come industria, piccola industria, artigianato, Associazioni di categoria e cooperative del commercio di cui sono portavoce. Il nostro compito qual è? Dire alle giovani ragazze, le giovani leve che se ce l’abbiamo fatta noi, ce la possono fare anche loro: dobbiamo smettere di pensare che nel momento in cui ci si sposa e si decide di avere un figlio dev’essere sempre la donna a richiedere il part-time, rinunciare ai suoi sogni, non realizzare il sogno di aprire una propria impresa. È chiaro che i sacrifici vanno fatti, io non dico che sia semplice, anzi è difficilissimo ed è necessario sapersi organizzare, ma non è impossibile.
Molte volte il problema è che si tratta di un circolo vizioso nel senso che la scelta viene fatta in base alla retribuzione della coppia e di conseguenza si gira intorno allo stesso problema che pare insormontabile, non credi? Esatto. Sorride (NDR). Infatti il CIF si occupa anche di questo: equiparare gli stipendi in modo che non diventi più così implicito. Quello per cui ci stiamo battendo è smettere di parlare nel 2025 di imprenditoria femminile e imprenditoria maschile, dover fare queste distinzioni è assurdo. I numeri sono terrificanti nel senso che a Brescia, che dovrebbe essere un’isola felice, solo il 30% delle imprese iscritte in Camera di Commercio ha a capo una donna, il 30%… Altro dato, in Europa il tasso di occupazione femminile del 66%, mentre in Italia è il 50% e ciò significa che noi abbiamo 16% di forza lavoro inutilizzata, con la carenza di lavoro che c’è oggi, sembra paradossale. Dobbiamo investire sulle donne e come? Dando loro delle alternative per poter lavorare come i colleghi uomini; babysitter meno costose, asili nido meno costosi, posti negli asili nido. Si tratta di obiettivi difficili da raggiungere, tuttavia nel nostro piccolo cerchiamo di farci sentire.
Quali sono gli ostacoli più difficili da superare nel portare avanti questa mission? Sicuramente la mentalità e i luoghi comuni di cui parlavo prima come ad esempio la nascita di un figlio. Dovrebbe essere una notizia meravigliosa e invece spesso diventa un obbligo, un conflitto nella coppia: chi deve restare a casa? Sempre la donna. Sono d’accordo che molte volte ci sia dietro una problematica reale come lo stipendio che non è parificato, ma gli aspetti da tenere in considerazione sono veramente molti. Oggi se parli con una ragazza ventenne non è così scontato che la donna starà a casa, mentre se parli con una cinquantenne o peggio ancora una settantenne pare ancora che sia un dovere. Sono luoghi comuni, fa parte della mentalità con cui sono cresciute queste persone ed è una cosa un po’ complicata da sradicare.
Progetti e programmi da mettere in atto come imprenditrici bresciane? Si tratta di discorsi complicati che meriterebbero delle riflessioni più ampie, anche a livello nazionale, ma é importante iniziare nel nostro piccolo a parlarne, organizzare eventi dedicati per promuovere una visione nuova. Come CIF andiamo nelle scuole a parlare con le classi superiori, prevalentemente negli Istituti professionali perché si dà per inteso che una ragazza che fa un Liceo dovrà poi fare l’Università e si cerchi un lavoro relativo al percorso di studi che ha seguito. Diverso invece per chi segue un Istituto professionale e molto spesso al termine degli studi trova un impiego del tutto diverso che magari non ama e quindi poi l’obiettivo potrebbe essere di starsene a casa. Ai giovani raccontiamo la nostra esperienza, perché abbiamo deciso di fare le imprenditrici e che cosa significa esserlo. Io dico sempre che essere imprenditrici vuol dire essere il capo di se stessi, significa realizzare un sogno per se stessi.
Tu cosa pensi dei ragazzi di oggi? Io sono assolutamente ottimista per la società del futuro. Certo i nostri giovani sono stati catapultati in un mondo super moderno e tecnologico; il COVID ha accelerato i tempi a una velocità tale per cui non eravamo abituati e i ragazzi sono stati, in un certo senso, violentati da tutto questo. È anche vero che credono in cose completamente diverse da quelle in cui credevo io quando ho iniziato a pensare al mondo del lavoro; con loro bisogna iniziare a parlare di tempo libero, di crescita personale più che professionale.Tutti termini che per me erano sconosciuti, io neanche parlavo di ferie quando ho iniziato a lavorare. I ragazzi di oggi mi chiedono meno ore, ma anche meno stipendio, non è una questione di soldi, ma di avere il tempo per fare tutto quello che loro desiderano. Ti dico onestamente che un po’ invidio questa loro necessità perché io sono cresciuta con la cultura bresciana del lavora, lavora, lavora e lavora. Non c’era nient’altro. I ragazzi di oggi hanno molto ben chiaro in testa quello di cui hanno bisogno e quello che vogliono. Sicuramente questa tecnologia, questa velocità con cui cambia il tempo e la società ha fatto sì che anche loro cambiassero idea molto velocemente. Si stima che oggi un ragazzo tenda ad annoiarsi lavorativamente parlando entro i due anni, questo vuol dire che cambiano velocemente. Però è anche vero che se trovi un lavoro che ti piace, un lavoro tuo, puoi trasformarti tutte le volte che vuoi sempre stando in quel lavoro. Io spingo molto su questo aspetto dell’imprenditoria perché credo che sia la benzina per la nostra economia e un modo bellissimo per realizzare i propri sogni. Il mio ruolo vorrebbe che io spingessi più sull’imprenditoria femminile ma io sono generosa, mi piacciono tutti e due gli imprenditori sia maschili che femminili. Li stimo entrambi. Io vorrei la parità.
Ti occupi del Consorzio Brescia centro da ormai parecchi anni, quali i progetti per l’anno appena iniziato? In primis continuare a portare avanti una campagna di sensibilizzazione che mostri alle persone il valore del nostro centro storico: potrebbe esistere senza negozi? Sarebbe terribile e, se ci pensi, non è neanche così difficile da immaginare se ricordi com’era la città in tempo di chiusura per il Covid 19. E poi anche le attività come bar e ristoranti hanno un ritorno diverso a seconda che ci siano aperti i negozi e gli uffici. Sai quanti bar hanno scelto ultimamente di tener chiuso la mattina perché far le colazioni non è più conveniente!? Solo il caffè non rende e quindi chiudono e aprono alle 11:30 per il pranzo, qualcuno apre per la cena. Proviamo ad immaginare una città illuminata dalle 18 in poi. Dobbiamo assolutamente sensibilizzare le persone su questo argomento o quantomeno dobbiamo iniziare a parlarne seriamente.
Sei stata recentemente nominata Consigliere della Camera di Commercio di Brescia, un ruolo che certamente ti permette di portare avanti le istanze dei commercianti… Il ruolo di Consigliere é l’altra mia grande “battaglia” di questo periodo. Il Consiglio è composto da 25 membri che fanno parte delle varie Associazioni di categoria e dovrebbero appunto consigliare il Presidente della Camera di Commercio riguardo al commercio e all’economia del nostro territorio. Quale vorrebbe essere il mio impegno essendo comunque io la rappresentante del commercio? Mi piacerebbe cominciare a risvegliare un po’ gli animi, i cuori e le menti dei nostri concittadini affinché smettessero di lamentarsi che i negozi chiudono e iniziassero a frequentarli maggiormente. Il commercio di vicinato è quello che illumina le nostre città perché vanno benissimo i ristorantini e i bar che ci allietano le serate e ci permettono di fare gli aperitivi con gli amici, ma se non ci sono i negozi che spazzano la strada, illuminano le vetrine e ci rendono vive le vie, la città è destinata a morire. Questo è quello che ci aspetta se continueremo a fare acquisti solo ed esclusivamente online. Sottolineo “solo ed esclusivamente” perché non sono un’ipocrita, anch’io se ho bisogno di qualcosa velocemente o difficile da trovare lo acquisto online, ma non mi limito solo a questo, cerco di fare un po’ e un po’. Lamentarsi è molto facile e lo fanno tutti spesso, senza preoccuparsi di cambiare le cose in qualche modo. Cerchiamo di essere coerenti e riscoprire il valore della città.
A proposito di tempo, con tutti questi incarichi come riesci a conciliare lavoro e famiglia? Devo dire che la mia famiglia ha tanta pazienza, perché effettivamente sono spesso fuori casa; cerco di fare la maggior parte delle riunioni in pausa pranzo, però questo comporta che spesso io esca di casa la mattina alle otto e rincasi alle venti. Risulta complicato organizzativamente, ma dal punto di vista umano è estremamente appagante e mi ha permesso di essere conosciuta come farmacista e commerciante sia in Camera di Commercio che nelle varie Associazioni di categoria. L’impegno necessario è innegabile, ma sono contenta dei ruoli istituzionali che mi sono stati proposti e spero di riuscire a portare a termine almeno i progetti che ho in mente.