“Ogni storia ha le sue ragioni che il calcolo e la probabilità non conoscono. Per questo ci siamo messe insieme, per migliorare il nostro personale punto di vista e aprirci a nuove prospettive. Ecco, lo spirito è questo”.
Scrive Annalisa Boni, immagini ©Ilaria Vidaletti

Avete fondato AL&A uno studio legale in grado di offrire un supporto su più fronti grazie alla collaborazione e alla presenza di altri professionisti delle relazioni e dell’aiuto in materia sociale e sanitaria. Uno studio a 360° specializzato nel diritto delle persone, della famiglia e minorile. Una collaborazione sinergica. Ci raccontate come è strutturato il vostro studio e che tipo di sostegno viene offerto? Io e Simona abbiamo fondato questo studio nel 2012 e siamo tutt’oggi affiancate da altre colleghe avvocate. La nostra è una struttura specializzata in tutte quelle questioni che vanno a toccare i diritti delle persone, delle famiglie e dei minorenni.Ottimizziamo il nostro sostegno giuridico con la complementarità di altre figure fondamentali per affrontare ambiti già di per sè molto delicati, tre psicologhe, una neuropsichiatra infantile e una assistente sociale-sociologa che si occupa anche di coordinazione genitoriale. Queste professioni, coralmente, sono quelle che secondo noi vengono coinvolte nelle questioni che vanno a toccare le relazioni famigliari. Non ci occupiamo peraltro solo di separazioni e divorzi ma anche di situazioni che riguardano nuovi modelli familiari nonché questioni ereditarie, di coppie che desiderano intraprendere un percorso adottivo sostenendole nella parte valutativa e per ricevere l’idoneità, di affidi familiari temporanei o di richieste di adozione in casi particolari, di protezione delle persone incapaci e di questioni legate al fine vita.Spaziamo dai procedimenti al tribunale per i minorenni a procedimenti davanti al tribunale ordinario o al giudice tutelare.
Qual è stato il vostro background e come vi siete avvicinate al diritto di famiglia? Ho iniziato a esercitare la professione nel 1992 – ci spiega l’Avvocato Carla Loda. Per i primi dieci anni mi sono occupata un po’ di tutto quello che concerne il diritto civile e la contrattualistica. Mi sono dedicata al diritto del lavoro, alle separazioni, ai divorzi, alla tutela delle persone in generale. Sono stata tutore su nomina del Tribunale dei Minorenni e penetrando più profondamente in questi ambiti delicati, dedicati al diritto di famiglia, ho compreso che sarebbe stata necessaria una dedizione completa poichè si tratta di una materia complessa e in continua trasformazione. Essere sempre aggiornati, mantenere costante la propria formazione e approfondire certe dinamiche connettendole e coinvolgendo ambiti psico-pedagogici, che di certo non appartengono alla nostra formazione giuridica, è oggi necessario per rendere ben salda la preparazione di un professionista sulla questa materia così delicata dal punto di vista umano. Il diritto di famiglia è infatti un ambito complesso, basta pensare alle ultime riforme e alla costante trasformazione specchio delle nostre condizioni sociali in continua rivoluzione. Modifiche e riforme che impongono una formazione continua e uno studio incessante. Anche la nostra professione, quella dell’avvocato, si è evoluta tantissimo. Quando mi laureai negli anni ‘90 la formazione era molto generalista oggi invece sono tantissime le specializzazioni del diritto civile. Pensiamo solo alla risoluzione alternativa delle controversie, quando feci giurisprudenza io non se ne parlava nemmeno, non era una materia d’esame, non veniva nemmeno accennata all’Università. Oggi l’avvocato deve necessariamente possedere una formazione volta a tutti i metodi di risoluzione alternativa, non parlo solo di riforme ma di tutto quello che impone la responsabilità sociale dell’avvocato che come primo obiettivo dovrebbe avere quello di tutelare i diritti e prevenire i conflitti, puntando ad una risoluzione fuori dalle aule giudiziarie. Alla luce di questo è necessario che l’avvocato scelga dove operare. Non riuscirei ad affrontare questa materia senza la dovuta attenzione costruita attraverso il costante aggiornamento, lo studio e una certa sensibilità istintiva. É la base solida che ti accompagna a esercitare questa professione. Il mio percorso è stato invece un po’ diverso rispetto a quello di Carla – ci spiega l’Avvocato Simona Ardesi. Ho sempre desiderato occuparmi di diritto di famiglia e minorile e tutt’ora lo insegno come docente in Università Cattolica. É una materia che mi appassiona molto e che mi aiuta a svolgere una professione in estrema coerenza con la mia persona. L’immagine di un avvocato, dall’approccio conflittuale e avversariale, che difende “a spada tratta” il proprio cliente enfatizzando certe posizioni senza considerare le posizioni dell’altro e, soprattutto, senza interrogarsi sulle ricadute che certe scelte difensive possono avere sui figli, non mi è mai appartenuta. Mi piace molto provare a ragionare insieme per risolvere il problema. Ho sempre ricercato quegli spazi del diritto che avrebbero potuto collocarsi un po’ al “confine” con le altre materie. Ed ecco che la materia minorile e quella di famiglia è diventata per me l’occasione più opportuna per fare incontrare il diritto con le altre discipline. Ragionare solo alla luce del diritto in queste materie non basta, La separazione, il divorzio, l’adozione e l’affidamento sono certo istituti del diritto di famiglia e minorile ma prima ancora sono dei fatti della vita, pensare di ridurre tutto solo a delle norme per me è impensabile. Quello che abbiamo deciso di fare fondando questo studio, connettendoci anche ad altre figure professionali, differenti ma in completa coesione, viene proprio da qui, dall’idea di non limitarsi solo all’approccio giuridico ma di offrire alle persone, se lo desiderano, anche uno spazio relazionale. Ragionare, ascoltare, riflettere cercando di comprendere anche gli stati emotivi del cliente, ci conduce ad affrontare le stesse dinamiche ma raggiungendo al contempo risultati migliori ma soprattutto più sostenibili e duraturi nel tempo.

Occuparsi dei conflitti all’interno di una famiglia non è sempre facile… No, non lo è, ma i conflitti fanno parte della vita di chiunque e l’approccio che abbiamo io e Carla non è quello di demonizzare il conflitto in quanto tale bensì di evitare che possa trasformarsi in una guerra distruttiva. Aiutare e accompagnare le persone ricercando modi differenti per affrontare i conflitti familiari, in maniera civile e dignitosa è il nostro compito, soprattutto se ci sono dei figli da tutelare. Il conflitto, quando non viene ben accompagnato nella sua trasformazione, assorbe tantissimo tempo, tante energie, anche economiche ed emotive. E’ normale che i momenti iniziali, siano caratterizzati da rabbia e tristezza, a volte anche dal senso di rivalsa, quasi sempre sono espressioni del bisogno di giustizia. É solo riflettendo e valutando tanti aspetti che si riesce ad accogliere il bisogno e avviare finalmente un accordo, proteggendo i diritti ma proiettandosi anche nel cercare di comprendere quali sono gli interessi, quelli veri, per la famiglia e soprattutto per i minori coinvolti. É un lavoro di ascolto e co-costruzione. É una visione differente, lo riconosciamo, ma è bene aver chiaro un concetto, noi siamo gli esperti del diritto e i nostri clienti sono gli esperti della loro vita e della loro famiglia, ognuno deve investire le proprie competenze per ottenere un risultato. Ragionare unicamente in termini di diritto significa standardizzare ogni situazione che si presenta. Serve tempo per costruire una trattativa, un accordo, un po’ per volta, andando alla ricerca dei punti di convergenza perché a volte é possibile scoprire dietro le posizioni iniziali che gli interessi di una parte sono compatibili con quelli dell’altra parte ed, infine si possono individuare soluzioni sostenibili e soddisfacenti per tutti. Altre volte, invece, questa convergenza non é possibile; in quelle situazioni, soluzioni di compromesso devono essere vissute come un qualcosa di positivo, uno scambio reciproco di concessioni nell’interesse comune di interrompere la spirale distruttiva del conflitto. Non esistono mai vittorie individuali ma possiamo e dobbiamo sforzarci di individuare la miglior soluzione per quel preciso momento.
Rispetto a questa visione, i vostri clienti non dimostrano resistenza? Noi siamo conosciute per questo approccio. Dal 2012, dalla costituzione di questo studio, abbiamo fatto una scelta di campo, questa è la visione che più ci rappresenta per gestire questo tipo di controversie. Chi ci sceglie sa cosa trova. I clienti in certi momenti della loro vita sono particolarmente arrabbiati e hanno bisogno di essere accolti ma anche guidati perchè questa rabbia non degeneri in una guerra, uno scontro, che nella maggior parte delle ipotesi danneggia soprattutto i figli. Noi cerchiamo di instaurare una relazione di fiducia con i clienti, all’insegna di un approccio collaborativo anche con le altre parti in gioco. La nostra è una proposta controcorrente, sembra paradossale che per affrontare i conflitti sia necessario collaborare insieme. Diciamo che è stata una scelta culturale, crediamo molto nella funzione sociale dell’avvocatura, quindi l’idea di proporci come esperti che aiutano a risolvere i problemi senza crearne di nuovi o gonfiando certi aspetti è ciò che meglio definisce il nostro ruolo. In questo periodo storico non è facile portare avanti una proposta di questo genere poichè siamo circondati da esempi di trattative e negoziati dove l’idea prevalente é che di chi ha la voce più forte vince. Siamo convinte che adottare queste strategie nel diritto di famiglia non porti a nulla di buono. Anche il nostro Tribunale, particolarmente sensibile alle dinamiche di famiglia gestite con civiltà e dignità, ha sempre apprezzato la modalità costruttiva di gestire anche i contenziosi piuttosto che enfatizzarli con atteggiamenti strumentali. Nell’immaginario collettivo oggi sembra che le urla anticipino la ragione. Non funziona così, spesso è proprio controproducente. L’Istat ci restituisce il dato che la maggioranza delle separazione e divorzi in Italia, si definiscono con accordi.

Cosa accade se non si trova un accordo? Non troviamo sempre l’accordo ma lo perseguiamo come primo obiettivo, considerando il ricorso al Tribunale come ultima ratio. Comunque si puó e, secondo noi, si deve avere molta cura anche nella scrittura di un ricorso per separazione giudiziale. Gli atti, come diceva Simona, proiettati unicamente sulle colpe e sulla smania di dipingere l’altro partner come il demonio o come un genitore inadeguato fa sospettare una presa di posizione strumentale e inadeguata nelle aule di un Tribunale. Ecco che la voce del proprio diritto può essere esposta in modo più dignitoso. Selezioniamo infatti i dati rilevanti evitando che il tanto rumore possa silenziare i fatti essenziali. Non assecondiamo in maniera acritica le pretese dei nostri clienti. Partiamo dalle loro pretese facendo insieme a loro un lavoro di comprensione sui motivi delle loro richieste, sui loro “perchè”, sugli aspetti giuridici controversi e infine, sui risvolti che il giudizio in Tribunale potrà avere nella loro vita. Solo a quel punto concordiamo la linea da tenere. Non si tratta solo di mettere a fuoco cosa si vuole ottenere ma anche come lo si vuole ottenere. Molto spesso il risentimento e la vendetta non si “guariscono” nell’aula di un Tribunale.
Quanto è impegnativo un giudizio di separazione o divorzio? Il giudizio è molto impegnativo e spesso lontano anche dalle aspettative delle persone. Faticoso in termini di impegno emotivo, in termini di tempi, in termini di costi ed ecco perché subentra a volte tanta delusione. Dedicare tempo ed energie per trovare un accordo può, viceversa, rappresentare la strada migliore. C’è uno stereotipo nel nostro mondo. O la pace o la guerra. É come se le persone non riuscissero ad immaginare la possibilità di impegnarsi per la ricerca di un accordo anche quando si parte da posizioni non immediatamente coincidenti. Il nostro impegno, nel rispetto dei bisogni e dei diritti di ciascuno e nella promozione degli interessi di tutti, preminentemente quelli dei minori, è quello invece di giungere ad una buona separazione, la più dignitosa possibile. É necessario osservare queste dinamiche anche dal punto di vista culturale. Durante una separazione l’accanimento non porta di certo benessere famigliare. I figli sono i primi ad assorbire involontariamente gli atteggiamenti aggressivi dei genitori ed in futuro, probabilmente, a mettere in atto le medesime condotte nel relazionarsi con gli altri. Il conflitto distruttivo, di conseguenza, viene emotivamente ereditato dai figli come unica modalità di fronteggiare le divergenze, trasformandolo in un modello di relazione. Ecco perchè il senso di civiltà e di dignità deve prevalere come costante affinchè anche i nostri figli ne possano assorbire i valori. Questo i genitori dovrebbero tenerlo ben presente.