Roberta D’Adda. Passione e dedizione: valorizzare l’arte a Brescia 

Nel panorama culturale di Brescia esistono figure che, con dedizione e passione, contribuiscono a valorizzare il patrimonio artistico della città. Roberta D’Adda, Coordinatrice del Settore Collezioni e Ricerca di Fondazione Brescia Musei, ci racconta com’è nata la sua passione per l’arte e quali sono le riflessioni di una professionista che ha dedicato la vita ai musei e alla divulgazione culturale. Una determinazione che le ha permesso di conciliare carriera e famiglia, ma altresì di mantenere un’emotività generosa nei confronti dell’arte e di tutta la bellezza che la circonda.

Sei di origine bresciana? Sono bresciana, nata e cresciuta in città. Sorride. Tutta la mia famiglia è bresciana da generazioni.

Qual è stato il tuo percorso di studi? Ho frequentato il Liceo classico Arnaldo a Brescia, poi mi sono trasferita a Pavia per l’Università e successivamente ho completato il dottorato a Torino. Inizialmente volevo studiare archeologia, ma dopo pochi mesi mi sono resa conto che non era la mia strada. Così ho deciso di seguire la mia vera passione, la Storia dell’Arte, con l’obiettivo di lavorare in un museo.

Come sei arrivata a Brescia Musei? Dopo la laurea stavo frequentando un corso a Milano sul marketing del turismo culturale, quando un amico mi segnalò che i musei di Brescia cercavano una persona per la catalogazione delle stampe, che era stato proprio il tema della mia tesi. Mi presentai con la mia ricerca e ottenni un primo incarico occasionale che, anno dopo anno, è stato rinnovato e ampliato. Quando la gestione dei musei passò alla Fondazione Brescia Musei, nel 2014, ero già all’interno del sistema e ho continuato a crescere professionalmente.

Qual è il tuo ruolo attuale? Sono la Coordinatrice del Settore Collezioni e Ricerca. Mi occupo della gestione e valorizzazione delle collezioni permanenti, delle mostre temporanee e di tutte le iniziative culturali della Fondazione. In particolare, sono curatrice della Pinacoteca Tosio Martinengo.

Se non avessi fatto questo lavoro, quale altra professione avresti scelto? Probabilmente sarei stata un buon medico. Il mio lavoro ha molte affinità con quello del medico: si analizzano dati, si raccolgono informazioni e si cerca di ricostruire un quadro d’insieme per trovare la soluzione migliore. Anche lo storico dell’arte è un pò un investigatore, raccoglie indizi e ricostruisce il passato.

Come concili un lavoro così impegnativo con la vita familiare? Devo dire che la mia famiglia mi ha aiutato molto. Mio marito è molto collaborativo e i miei figli sono diventati autonomi presto. Adesso hanno 20 e 16 anni e si gestiscono da soli in molte cose, il che è un grande sollievo per me, considerando che il mio lavoro è spesso legato a scadenze e momenti di intensa attività.

Qual è il tuo rapporto con la città di Brescia? Amo profondamente Brescia e sono felice di essere rimasta qui. Ho vissuto in altre città,  come Pavia e Torino, ma questa è la mia dimensione ideale. Ho avuto momenti difficili, in cui il precariato mi ha messa alla prova, ma ho sempre creduto in questo progetto e ho voluto investire nel mio lavoro qui.

Cosa rende speciale Fondazione Brescia Musei? La visione. La nostra Presidente e il nostro Direttore hanno idee chiare e un equilibrio tra una gestione efficiente e un’apertura culturale. Non si tratta solo di amministrare, ma di far crescere il patrimonio artistico della città, creando connessioni e opportunità  per tutti.

C’è un episodio della tua carriera che ricordi con particolare affetto? Un momento decisivo per me è stato quando, in un periodo di incertezza lavorativa, sono andata a parlare con un dirigente del Comune e gli ho detto: “Io voglio diventare conservatrice dei Musei di Brescia!”. É stato il momento in cui ho preso piena consapevolezza del mio obiettivo e ho deciso di perseguirlo con determinazione.

Nonostante la forte determinazione, il tuo coinvolgimento emotivo si percepisce immediatamente… (si commuove spesso) Ti racconto questo episodio…. avevo circa ventott’anni e fui invitata ai Musei di Pavia per una conferenza su Rembrandt. É un artista che amo profondamente, ho seguito un corso per due anni all’Università con il professore con cui mi sono laureata. Per me era un momento importante, ero giovane, alle prime armi, tuttavia ero serena, non avevo paura di parlare in pubblico. Iniziai tranquillamente, ma poi arrivò il primo momento di cedimento emotivo quando mostrai un’incisione di Rembrandt raffigurante una conchiglia conica: pensai alla bellezza e alla semplicità estrema di quell’oggetto, all’amore nel rappresentarlo. La voce tremava e gli occhi erano lucidi. Successivamente mostrai un ritratto che Rembrandt aveva fatto alla moglie Saskia, mentre era malata a letto, durante un’ennesima gravidanza che avrebbe portato alla nascita del loro figlio, ma anche alla sua morte. Immaginare il contrasto tra la gioia per il figlio tanto desiderato e il dolore per la malattia della moglie… fui sopraffatta dai sentimenti e iniziai a piangere, non riuscivo più a fermarmi

Come reagì il pubblico? C’era un grande silenzio, ma io ero così coinvolta che non riuscivo a riprendermi. Non avevo nemmeno un amico lì con me a darmi un supporto. Alla fine, naturalmente ritrovai da sola la calma e ricominciai la lezione.

Cosa significa per te aver fatto questo percorso? Mi sento fortunata.  Ho potuto curare due musei e organizzare mostre importanti. Ho avuto la libertà di esprimere la mia creatività e di trasmettere il mio sapere a una nuova generazione di professionisti.  Questo è il mio modo di lasciare qualcosa di duraturo nel tempo.

Cosa pensi dei giovani di oggi e che consiglio daresti loro? Io ho un’opinione molto positiva sui giovani, ma credo che la nostra generazione di adulti non stia facendo abbastanza per lasciar loro spazio. Dovremmo essere più aperti e meno centrati su noi stessi. Il mio consiglio per loro è di tenere duro, coltivare i propri sogni e non lasciarsi scoraggiare.

Hai un sogno nel cassetto che vorresti ancora realizzare? Mi piacerebbe prendermi un anno solo per studiare. Approfondire il patrimonio artistico senza scadenze, immergermi nella ricerca pura e poi restituire ciò che ho imparato attraverso mostre e pubblicazioni.

Se potessi portare a casa un’opera, qualunque opera dei nostri musei? Penso che prenderei la Salomé di Moretto, un piccolo dipinto a olio su tavola del Moretto, che è il mio pittore preferito, lo amo moltissimo. Tra le cose che vorrei fare nella vita, ci sarebbe anche scrivere un catalogo sul Moretto; studiarlo all’infinito! 

Questo dipinto mi piace particolarmente perché raffigura solo una donna, senza alcun orpello, è una sorta di ritratto di una donna anche assai discutibile – Salomé, è ricordata per aver chiesto la testa di San Giovanni Battista, quindi non è propriamente un’eroina positiva. Eppure lui la rappresenta con una grazia e una dolcezza che sono come… – si emoziona, adesso ci ricasco, una forma di perdono. Ecco, è come se lui la perdonasse e questo spirito compassionevole mi riempie il cuore. Mi commuovo perché non ho mai raccontato quest’opera in questi termini a nessuno, ma in effetti non mi è mai stato chiesto… L’idea che ci sia della bellezza in tutte le persone è meravigliosa.

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