ROBERTO PIETTA “trova il tuo iroman e vincerai”

La traduzione letterale di iroman è “uomo di ferro” e sono sicura che, a fine lettura, pur non indossando un’armatura, converrete con me che Roberto Pietta lo impersoni perfettamente. Dietro all’atleta instancabile che ricerca la perfezione, sotto ogni punto di vista, c’è un professionista attento e serio. Lo posso affermare con certezza perché, se lui ha fatto dello sport tutta la sua vita, io mi sono sempre dilettata nel coltivare altre passioni. Tutto questo è cambiato quando circa quattro anni fa, dopo svariati fallimenti in ambito sportivo, ho preso quell’ascensore per l’ottavo piano del Crystal Palace alla ricerca di quel cambiamento che potesse donarmi valore. In questi anni non sono diventata un’atleta ma Roberto mi ha insegnato a volermi bene e ad essere la versione migliore di me stessa. Questo non ha di certo un prezzo e non si ottiene con un titolo, ma solo con empatia e passione. 

A cura di Giorgia Bonera

Pochi sanno che cos’è Iroman, ci racconti in cosa consiste e quali sono gli obiettivi ?

Definirei Iroman una gara ultra endurance, una competizione con sé stessi che ti spinge al limite con il corpo e la mente. Lo scopo è superare la linea di arrivo dopo 3,8 km di nuoto, 180 km di bici e una maratona di 42 km. La gara è ufficializzata entro le sedici ore e nel lasso di tempo in cui gareggi non ti fermi ma, ogni quarantacinque minuti, dopo essere uscito dall’acqua, devi assumere pasti liquidi e integratori che ti possano permettere di reggere il dispendio energetico dell’organismo, mantenendo le caratteristiche strutturali e funzionali per l’attività fisica.

Che preparazione devi sostenere per poter partecipare ad una competizione di questo tipo?

Un quarto di secolo della mia vita l’ho dedicato al calcio e con il tempo mi sono appassionato al Triathlon, facendo dello sport la mia vita e il mio lavoro. Questo mi ha di certo avvantaggiato nella preparazione del mio primo Iroman, per il quale, per sei mesi, mi sono allenato con costanza e dedizione. Non è corretto pensare all’Iroman come una mera tabella di preparazione fisica abbinata ad un’alimentazione rigida: è chiaro che gli allenamenti di tutte e tre le discipline sono fondamentali per la performance ma non è da sottovalutare l’aspetto psicologico. Iroman è un’esperienza che, oltre a racchiudere uno spropositato sforzo fisico, rappresenta l’espressione sportiva massima di inscindibile unione con il tuo corpo. Dopo il primo Iroman capisci le esigenze, i limiti e la preparazione di cui hai davvero bisogno. Di conseguenza, si entra in un vortice di consapevolezze che ti aiutano a modificare e a ponderare gli allenamenti e i volumi per le gare successive. 

Quali sono  le difficoltà che hai trovato lungo la tua preparazione e le gare?

Senza alcun dubbio la gestione della quotidianità nella preparazione, soprattutto a ridosso, di una gara di questo tipo. Adeguare la mia vita da sportivo, caratterizzata da ritmi serrati, con il mio lavoro e le responsabilità da marito e padre, rende la mia ordinarietà spesso impegnativa.   Il mio rapporto con le sconfitte?  Da sempre complesso. Il fallimento non è mai stato tra le mie alternative, ho da sempre ricercato il perfezionismo e ho sempre investito nelle alte aspettative ogni sfera della mia vita. Avere disciplina e la forza di allenarsi quando capita di essere stanco e rinunciare al mio tempo libero per lo sport  è il costo per assaporare l’adrenalina della gara. Quando il 24 giugno 2023, a Nizza, ho gareggiato al mio primo Iroman, bramavo quel traguardo. In ogni allenamento, nei sei mesi precedenti, immaginavo come sarebbe stato. Quella domenica tutto si è realizzato. Ricordo di essere giunto a quella gara con uno stress psicofisico alto e molto focalizzato sull’obiettivo finale. Il mio secondo Ironman l’ho svolto a Cervia, a settembre.Ho vissuto quella competizione con una consapevolezza diversa. L’esperienza precedente mi ha senza dubbio aiutato ad affrontare quella successiva in maniera più cosciente e preparata.  La prossima gara è tra qualche settimana, ma c’è una difficoltà in più: l’infortunio al polpaccio. Da perfezionista quale sono mi manca la consapevolezza del “ho fatto tutto correttamente per arrivare fino a qui?”.

Definiscono Iroman come la gara più dura e gratificante che esista, sei d’accordo? 

Sì, senza alcun dubbio. Per venticinque anni il calcio è stata la mia vita, ho gioito e sofferto, appartenendo anche a maglie diverse. Ne ho assaporato l’adrenalina, la tattica e ho imparato a fare gioco di squadra. L’emozione che mi ha dato Iroman è per me qualcosa di sensazionale. Razionalmente quando rifletto sulle distanze in km che devo percorrere nelle tre discipline penso spesso “sarà impossibile…”, ma poi è solo alla fine della gara che mi rendo conto di avercela fatta. Questo suscita in me una gratificazione e soddisfazione che non ha paragoni. Il mio tempo migliore è di nove ore e quarantotto minuti e, per un atleta amatore, categoria a cui appartengo, un tempo entro-minore alla dieci ore rappresenta un ottimo risultato.

Da cosa nasce questa volontà di testare i propri limiti? E’ “solo uno sport” o cela qualcosa di ben più profondo ? 

Fin da bambino ho sempre pensato di essere nato per lo sport. Quest’ultimo mi ha aiutato ha sfogare le mie energie, ha forgiato la mia personalità e mi ha reso l’uomo che sono ora. Per me Iroman ha sempre rappresentato l’espressione massima dello sport e da calciatore lo vedevo come qualcosa di inavvicinabile, quasi umanamente impossibile. Durante il Covid mi sono approcciato a questo tipo di competizione in seguito ad una provocazione di un’amica che sosteneva che il calciatore non è uno sportivo vero e proprio. Così, mi sono iscritto alla mia prima maratona, ho partecipato al mio primo Triathlon e sono entrato in questo mondo magico dimostrando a me stesso, ma anche agli altri, che il calciatore può diventare un grande atleta. Il vero motivo risiede proprio nel voler migliorare, nella dedizione per lo sport e nella soddisfazione che provo quando ho la certezza di essermi superato. 

Negli anni sei diventato anche preparatore per iroman, triathlon e maratone. Come trasmetti questa passione? Provi soddisfazione o fa solo parte del tuo “lavoro”?

Non credo sia scontato dire che il mio lavoro è la mia passione. Volevo diventare un’atleta professionista e posso dire di avercela fatta sfiorando la serie C. Lo sport è l’essenza della mia vita e trasmettere o condividere questo con qualcuno e farne addirittura il mio lavoro è stato un privilegio. Sto seguendo una ragazza per i suoi primi 10 km e supportarla è per me una gratificazione inestimabile. Queste passioni devono inevitabilmente essere trasmesse con forza e entusiasmo soprattutto interiormente contrariamente non acquisirebbero lo  stesso “sapore”.

A questo punto, è chiaro che dietro Roberto “l’Iroman” c’è un professionista, un preparatore atletico e un personal trainer  appasionato per ciò che fa. Cosa credi abbia fatto la differenza nella tua carriera? 

Ho iniziato a lavorare in palestra come personal trainer quando avevo vent’anni, mentre studiavo all’università di Brescia scienze motorie. Lungo il mio percorso ho avuto il privilegio di incontrare professionisti che mi hanno trasmesso la passione per il benessere altrui. All’epoca, sul territorio, mancava una palestra dove le persone potessero allenarsi prendendo appuntamento, avvantaggiandosi di un servizio dedicato e su misura. Così, otto anni fa ho aperto la mia prima palestra nella galleria del Crystal Palace di soli 42 mq.Ciò che è poi accaduto negli anni fa parte della storia di “Five” e se dovessi svelare il segreto della nostra crescita parlerei di certo di empatia. Ogni cliente, indipendentemente dal ruolo che occupa nella quotidianità, da “Five” è una persona che si allena con lo scopo di migliorarsi e liberarsi dalle tensioni. Per questo ha bisogno di un luogo dove possa sentirsi a suo agio e non giudicato. L’empatia che è per di più una mia caratteristica, con gli anni allenata, mi ha permesso di creare un ambiente di lavoro sereno e stimolante dove i miei collaboratori possano esprimersi e contribuire alla crescita aziendale, ognuno con le sue caratteristiche. Il nostro è un lavoro emotivo e per definizione si basa sulla capacità di ascoltare e vedere chi abbiamo difronte. Ora, siamo al venticinquesimo piano e di storie ne abbiamo ascoltate tante contribuendo ad un miglioramento nella vita dei nostri clienti. E, se posso essere sfacciato, questo rappresenta per me una grande vittoria.

La prossima impresa ? Quale sarà? 

Il prossimo obiettivo è quello di affrontare al meglio, nonostante l’infortunio, la gara del 5 maggio a Jesolo. La certezza è che faccio davvero fatica a fermarmi davanti alla crescita, ho bisogno di sviluppare nuove idee e aumentare in quantità e qualità. Vorrei inserire due nuove categorie di allenamento all’interno della mia palestra: sviluppare un corner specifico dedicato alla parte posturale, magari con un reformer, e sviluppare la parte endurance.

Hai citato spesso il bambino che sei stato, parlando dell’uomo che sei ora. Cosa diresti a quel bimbo ? 

E’ una domanda che mi pongo spesso guardando crescere i miei due figli. Ho avuto un’infanzia spensierata e questa condizione mi è sempre appartenuta. Crescendo fra le responsabilità come professionista e genitore ho mantenuto la regola del sorriso come la chiave per vivere al meglio. Pensare al me bambino, sopratutto nelle situazioni che mi affliggono, mi fa ritrovare l’entusiasmo, quel carburante che conduce ogni bambino a sognare di diventare un grande sportivo, a qualsiasi livello.

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