Roberto Vecchioni “L’orso bianco era nero”

INTERVISTA A ROBERTO VECCHIONI

Qual è il vero senso e il vero potere della poesia per lei? E qual è invece quello della voce?

La Poesia non è quella che scrivo, ma è ciò che vivo. Le parole sono eco, sono scia! La Poesia è il sole appena sorto, il saluto alle mie bimbe, il buongiorno a mamma che mi attende. Poesia è un amico che mi ascolta, ma a cuore aperto, senza giudicare.  È un minuto senza dolore, è un progetto.  É Qualcuno o qualcosa in cui credere, nonostante tutto.  La Poesia, come l’Amore, è consapevolezza; pazienza, bellezza, stupore, meraviglia, è una preghiera! È un abito prezioso che riscalda, è musica e poi pane.  Poesia è il calore di una casa, un fiore che si schiude, è forza, soffio di speranza e carne.  È essere da un’altra parte quando la crudezza della vita ci fa sembrare inutile il cammino. É credere a colori nuovi, quando il bianco ed il nero dipingono pareti. Poesia è sorridere, è scavare. Poesia è dimenticare la superficie, andare a fondo e poi tornare a galla. La voce scritta in canzone è altro. É suono che si fa prigioniero.  Elastica, densa, dissipata d’incuranza nel tempo o fortunoso feticcio strappato al fluire. Che indugi rapita dal suo stesso rumore, che conservi l’incanto di un fiocco di neve che cade nel niente ed è solo un suono nel buio. Che sia inascoltata, come una supplica nello smisurato sentire: la voce scritta è ologramma. Riverbera graffi di vite strozzate, spezzate, vissute, rubate.  Di vite che vivono e basta. La voce scritta è una foto impietosa che ricalca lo scempio degli anni. Ma è anche una finta, un imbroglio; una foto che prova a ingannarsi del tempo per non ingiallire, che confida nella magica traccia di sali d’argento su lastra, ma è anche la carta che disfa la sua stessa sostanza. Qualche volta è menzogna, diletto. Qualche volta è dolore. La voce scritta si immola in dramma o commedia, è maschera, trucco. 

Ha appena presentato il suo ultimo libro, “L’ orso bianco era nero. Storia e leggenda della parola “, edito da Piemme. Ottant’anni d’amore, raccolti da decine e decine di fogli. Qual è il valore di questo volume? Il tema centrale è “l’amore delle parole”. Parlo di parole, un amore sconfinato per le parole, parole che hanno consolidato “amicizie“ non comuni, insolite. E sono proprio le parole che fanno la differenza. É banale dire che sono le parole della “poiesis” piuttosto che quella di “sophia” o della “tekne politiké”. Si narra la poesia, quella che parla di noi, del nostro “io” lirico che si espone e si infutura. Amore e amicizia che si ritrovano in modo conviviale in quella che si usa chiamare “apericena”  con un gustoso “risotto ai porcini” e tanti stuzzichini di buon gusto e vino a volontà.

Oggi vive a Milano. Qual è la forza della sua città? Dal terrazzo all’ottavo piano di casa mia continuo ad osservare “con occhi innamorati” la mia Milano.  Oggi, dopo aver attraversato il silenzio e la tristezza di un lungo lockdown non ho dubbi: Milano non può fare a meno della sua vita sociale, della sua rete di relazioni. Milano è la forza delle sue persone e dovrà andare avanti, seguendo il suo motto di sempre “tiremm innanz’”, andiamo avanti.

Questa città vive delle sue relazioni, degli incontri che diventano occasioni e progetti. Tutto questo è stato fermo e ora è fortemente rallentato. Cambierà, secondo lei, il modo di vivere di Milano? Milano intanto è l’unica città italiana, gli altri sono solo paesoni. Non è grandissima, ma in termini di qualità è l’unica vera città in Italia. E questo non lo dico per orgoglio. Il dramma di Milano è che da quest’emergenza è stata colpita al cuore, è rimasta tra vita e morte. L’arte, l’economia, il lavoro, il pensiero: quando si ferma il cuore, si ferma la circolazione. Ogni organo pensa di poter vivere da solo, ma non può. E quindi nessun paese, nessuna città, nessuna regione italiana può vivere, se muore Milano.

Milano fino ad ora ha vissuto appunto di relazioni, una grande forza e ora questa socialità è limitata.  Come immagina il superamento di questa fase? I milanesi avranno la capacità di riprendersi, ma come tutti i lombardi hanno anche la capacità di rischiare. Sanno di dover andare avanti anche accettando qualche rischio. Sulla bilancia, ci sarà da una parte la possibilità di una malattia, dall’altra la necessità di riprendere la loro vita.

Com’è cambiata la socialità e la comunicazione, oggi così aggredita da mezzi virtuali? La socialità non può mancare. Sarebbe come svegliarsi a Genova senza vedere il mare. Il “mare” di Milano è il suo lavoro, la sua capacità ergonomica, la sua capacità di confronto dal vivo. L’altezza di Milano è la forza attiva delle persone. Chi è fermo, è finito.

Come definirebbe il suo impegno al di fuori dall’ambiente artistico? Il mio impegno civile e politico è contraddistinto dalla parola “tregua “. Tregua è una parola magica resa tragica. Si tratta comunque di antinomie del pensiero filosofico e politico, conflitti che ci hanno contaminato per tutto il ‘900 e oltre.  Ecco che la poesia, la parola arcaica dell’uomo ha per sua fortuna teoretica a sua disposizione metafore, sinestesie, ”buchi per nascondersi”, crepe per far germogliare un seme vagante, frane da controllare, curare e fortificare. Non solo “lenitivo” e contenitore salvifico di memorie e nostalgie dell’occhio blu del vecchio Aedo (nell’antica Grecia, era il cantore professionista) colui che si accecò per rimanere nel sogno. La poesia come “mestiere olimpico” è quella di  Orfeo che affrontò persino gli inferi e i demoni avversi per vincere la morte in nome dell’amore e della bellezza. La poesia che canta “la giustizia” per Aiace, il futuro della città per Priamo e la terra, la stirpe, la famiglia e la libertà per Ettore. Il vecchio Aedo si accecò per rimaner nel sogno e volare con le sue parole  per  raccontare nelle corti greche l’infinita guerra (polemos) di piccoli e grandi uomini che hanno scelto le tregue, gli scontri, le sconfitte, i dolori e anche le gioie.

Anche Desenzano del Garda ha inevitabilmente fatto parte e lasciato il segno nella sua vita… Cosa rappresenta per lei la comunità gardesana? Sono stati anni belli e difficili, tra silenzi e tuoni, quelli vissuti a Desenzano. Desenzano ha rappresentato un bisogno nuovo, di aria aperta e di veri amici, come quell’ineffabile e folle filosofo di Mauro, l’ironico aristocratico Nevio, sua moglie Mery, Vito, controllore sui treni più incasinati della Lombardia  e poi Costanza, spudorata, nebulosa combattente e la Edda, madre coraggio, Arrigo, Clara in testa e infine la Velia, turbine di aneddoti e improperi, lei e il suo Piero. E lo sono stati, con quel ritrovarci tutte le mattine al bar Bosio per infervorarci in lungaggini politiche ininfluenti. Ognuno diceva la sua senza capirci un cavolo dell’altro.  Sempre Desenzano per condividere “i lampi“ di speranza, con i dolori di Arrigo con dedica a Mauro, Vito, Nevio e Cristiano. Raggiungevo Desenzano da Casalmaggiore percorrendo la statale verso Montichiari. Arrigo era raggiante, di quella luce che nei suoi occhi dura attimi, ma c’è. Al reparto psichiatrico non gli avevano detto che bene, avevano persino abbassato le dosi.  “Fammi guidare, voglio guidare io” – mi chiese. “E voglio anche correre un po’..ora“. Sta di fatto che su quella strada ci sono un sacco di autovelox. “Tu vai” – gli risposi io – “e non ti preoccupare, guardo l’app e ti avviso quando devi rallentare“. Eravamo tutti irresponsabilmente presenti in quella macchina ma era anche il senso di un’amicizia  fatta di leggerezze  e condizioni anche negative. La storia di Desenzano siamo anche “noi”, desenzanesi doc e ospiti nomadi o emigranti con le nostre partecipazioni mentali, sentimentali, umorali.  Tutto dipende da come noi volontariamente ci collochiamo all’interno di questo orologio della storia nazionale  e locale. Abbiamo scelto un improcrastinabile impegno con le cose, con le persone, con la vita di questo “bel paese” fatto di “aria e di luce” e non abbiamo scelto di  nasconderci, differenziarci  guardarlo dalla sponda del lago, delle sue piccole storie. Il palcoscenico ideale e concreto di queste storie è stato il Bar Bosio. Io mi sono seduto naturalmente ai suoi tavoli  per i due terzi della mia vita mentale e sociale non sapendo di vivere e fare la sua storia. Scrivere di un “paese” è sempre una forma di attenzione, di affetto, di stima e infine di identificazione. E’ esercitare verso di esso una “pietas”, “una compassione”, uno sguardo lento, dilatato verso persone e luoghi che per secoli hanno cercato di restare sè stessi, gelosi e legati alle proprie radici, protetti e difesi dalle colline moreniche alle spalle e coltivando orizzonti corti su un lago che, a differenza del mare, ti costringeva alla concretezza stanziale e al sogno ravvicinato, agli orizzonti corti ma profondi  con le mani e i piedi ben piantati nella “ terra madre”. Desenzano  non è  un dettaglio, è la mia vita adulta e consapevole. Una Desenzano, quella degli anni ottanta, ancora “da bere“,  con l’occupazione  definitiva del plateatico, una Piazza Malvezzi bella e accogliente persino con i parcheggi selvaggi delle auto nel suo centro. La vita dei bar è stata un riferimento per gruppi di cittadini e amici che qui si ritrovavano, anche per quel poco e niente,  che un “piccolo paese“. Un’occasione per rinsaldare amicizie e riproporre differenze sopratutto politiche nello stile semplice e umano delle baruffe alla Guareschi. L’amicizia allora è stato il collante  delle emozioni e delle idee che, postuma  e inattuali, si svolgevano in fisiologica linearità e approfondimento. Brescia è la mia seconda scelta di città  lombarda che riduce le inconvenienze della metropoli divenendo città da vivere, capoluogo di provincia della mia città dell’anima familiare: Desenzano. La sua classe dirigente economico politica e culturale, il suo Liceo  classico Arnaldo in cui ho insegnato sono riferimenti imprescindibili per una cultura della concretezza e della qualità  anche nel nostro quotidiano sociale.

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