13 anni rappresentano per noi quell’ipotetica “prefazione” di un libro ancora tutto da scrivere, ricco della spensieratezza che solo durante l’adolescenza puoi assaporare, come di quei piccoli e intensi momenti di sana “spregiudicatezza”, di quelle prime libertà che vorresti conquistare per sentirti finalmente adulto. 13 anni rappresentano l’alba della vita, un limpido e brillante passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza, l’incontro con il primo nostro “io” destinato a rendersi indipendente e autonomo e non come in certi casi, sempre più numerosi, un racconto graffiante a cui quella “prefazione” così “leggera” e pura è stata letteralmente strappata. Strappata da chi? Come mi racconta Maria Vittoria Ferrajoli da un parassita, da una cosa orribile, da quell’anoressia che nel suo magistrale silenzio erompe strappando pagine di vita, di infanzia, di giovinezza, improvvisandosi con tutto il suo male oscuro. Maria Vittoria come tante, tantissime giovani e “troppo” giovani che oggi affrontano uno dei disturbi più minacciosi dei nostri tempi, un male che rapisce tante vite, tante anime, tante famiglie, un disagio “incompreso”, il nemico della porta accanto poichè, con schietta lucidità, come dice Maria Vittoria: “di anoressia si muore, e si muore davvero”.
Oggi più di tre milioni di italiani soffrono di Disturbi della Nutrizione e Alimentazione, oltre il 5% della popolazione, e tra questi soffrono di anoressia o bulimia (Dati Osservatorio ABA e ISTAT).
A CURA DI ANNALISA BONI

Intervista a Maria Vittoria Ferrajoli Studentessa di 15 anni e autrice di “Anoressia… lo specchio che mentiva agli occhi blu Anorexia… the mirror that lied to the blue eyes”
Chi era Maria Vittoria prima e chi è Maria Vittoria oggi? La differenza cruciale risiede in quella smania di perfezionismo che ha sempre dominato la mia vita. Vivevo letteralmente nell’ossessione. Sentivo di dover essere perfetta, conquistare voti altissimi, essere simpatica e accettata da tutti e presentarmi nella miglior maniera possibile. Aspiravo e pretendevo perfezione ove la perfezione non esiste. Oggi sono riuscita a correggere e a convertire questo accanimento ponendomi obiettivi senza più sentenziare la mia vita. Se questi obiettivi andranno in porto non lo so ma oggi sono consapevole che qualunque possa esserne l’esito sarò in grado di rialzarmi senza abbattermi.
Il primo aiuto quando e da chi è arrivato? La mia mamma si accorse subito che qualcosa nella mia vita non andava bene nonostante io celassi il problema rifiutandomi di parlarne. Il primo grande aiuto arrivò dalla mia professoressa di italiano, Ms Joriini, colei che mi esortò a parlare con i miei genitori e che mi insegnò a comprendere l’importanza di chiedere aiuto senza sentirsi necessariamente a disagio. Grazie al suo supporto riuscii a chiedere aiuto alla mia mamma e finalmente accedere alle cure della Dottoressa Federica Pagani.
Cosa pensi di aver perso della tua preadolescenza? Quale naturalità è stata corrotta dal disturbo alimentare? La cosa più importante che ho perso è stata la spensieratezza. Osservavo continuamente i miei compagni di classe diventando quasi invidiosa della loro “leggerezza”, della loro consapevolezza e della loro grande capacità di non essere vittima di risposte costanti. Io non ero capace di vivere come loro, non riuscivo a trascorrere i miei tredici anni con la stessa serenità e tranquillità. Ero perennemente assilata da ogni cosa.

Esiste un momento in cui hai pensato di aver davvero toccato il fondo? Assolutamente sì. Credo di averlo toccato quando ho perso il ciclo. Ebbi la mia prima mestruazione a soli dieci anni e persi totalmente il ciclo a tredici. Le mie compagne di classe che lo stavano vivendo alla loro prima esperienza ne parlavano continuamente, confrontandosi, parlando di dolori e di tutte quegli imprevisti legati alla pubertà. Io mi sentivo esclusa pur non ammettendolo, mi mancava avere il ciclo ed iniziai a domandarmi se davvero avrei potuto rinunciare a diventare mamma un giorno. Ecco, in quel momento, capii veramente di aver toccato il fondo.
Qual è stato il ruolo della tua mamma durante tutto questo percorso? Importantissimo, davvero. Lei ha riconosciuto il problema molto tempo prima di me. É stata attenta, mi ha lasciata “libera” di sentirmene consapevole senza arrabbiarsi. Successivamente mi ha sostenuta nella richiesta d’aiuto accompagnandomi verso le cure della Dottoressa Pagani. Oggi sono orgogliosa della mia mamma e quando mi dicono che le assomiglio non potrei sentirmi più fiera e felice.
Oggi, a mente fredda e lucidissima, riesci a trovare un “colpevole”? Non trovo giusto dover dare necessariamente la colpa a qualcuno. Ho convissuto e ho affrontato una situazione davvero pesante, ho litigato con tantissime persone che mi stanno a cuore pur sapendo che l’unica e vera responsabile sono sempre stata io. Nessuno mi ha costretta a non mangiare, se proprio devo assegnare una colpa quella la rimprovero a me stessa.
Quando hai riconosciuto fiducia nell’aiuto e per merito di chi? Inizialmente non ho mai pensato di dover aver bisogno di qualcuno o di aiuto. Sapevo che prima o poi la mia vita si sarebbe “sfamata” di giorni migliori, giorni in cui magari avrei davvero potuto uscire a mangiare un gelato con le mie amiche. Ho sempre pensato di riuscire a risolvere quel problema da sola. A cambiare drasticamente le mie prospettive e le mie fragili consapevolezze fu un tema assegnatomi dalla professoressa Joriini, un compito che in realtà nulla centrava con la mia condizione di salute. Nello stesso scritto affermai di fare molta fatica a mangiare, una “parentesi” in un lunghissimo testo. La professoressa colse questa “sfumatura” e mi convinse a ricercare aiuto. Da quel tema nacque un nuovo capitolo, quello che affrontai con una persona straordinaria, la mia psichiatra, la Dottoressa Federica Pagani.
C’è invece qualcosa che, al contrario, reduce dal dolore, in qualche modo ha potuto “arricchirti”? Nonostante tutto questo grande dolore, se non avessi affrontato l’anoressia, non sarei la Maria Vittoria che sono oggi. Questa esperienza mi ha aiutata tanto a maturare emotivamente perchè ho provato sentimenti che non sapevo nemmeno esistessero. Affronti sentimenti rari, gli stessi che ti scortano mentre tocchi veramente il fondo ma che poi ti accompagnano a riemergere. Sono sempre stata una ragazza molto sensibile ma oggi, dopo aver vissuto questa esperienza, lo sono ancora di più. Scorgo e riconosco quei famosi “campanellini d’allarme” nelle altre persone e cerco di sostenerle e fare quello che sia giusto fare affidandomi alla segnalazione affinchè qualcuno, in questo caso un professionista, possa davvero fare qualcosa di concreto.
In una recente intervista hai confidato che il motivo principale che ti ha incoraggiata a scrivere questo libro autobiografico risiede nel potere di non dimenticare mai. Cos’hai provato nel mettere nero su bianco un’esperienza così forte, profonda e per certi versi inconfessabile? Le prime pagine del libro le ho vissute con le lacrime che scorrevano incessantemente. É stato davvero faticoso iniziare a riempire quelle pagine bianche. Affrontare e superare il dolore, uscire dal cupo disagio dell’anoressia lascia comunque delle ferite. Rimani sensibile alla tematica e probabilmente sino a quel momento non avevo ancora potuto elaborare tanta sofferenza. Pensavo a quel periodo immaginandolo composto da tanti frammenti e non come un percorso unico. Ho deciso comunque di scrivere non solo per aiutare me stessa ma anche per pormi come aiuto verso gli altri. Il libro avrebbe anche esposto una fragilità, un malessere importante e non nego di aver provato anche un po’ di imbarazzo nel divulgare un aspetto così intimo. Temevo il giudizio degli altri, avevo paura che non accettassero questa mia esperienza così personale. Però ce l’ho fatta.
Come ti poni oggi nei confronti del tuo passato? Come lo osservi? C’è un qualcosa che scaturisce rabbia? Oggi osservo il mio passato con tanto distacco. Sono consapevole di quello che ho attraversato, di tutto il dolore e il tormento ma al contempo so di aver affrontato un lungo percorso risolvendo positivamente tutti i miei problemi. Quando ci ripenso non giudico negativamente il mio passato poichè in un certo senso è solo attraverso il dolore che sono riuscita a rifiorire. Sono molto più spensierata ora, a quasi 16 anni, piuttosto che quando ne avevo solo 13. Inoltre, oggi, posso davvero contare sul supporto dei miei amici che, consapevoli di quanto accaduto, mi sono stati infinitamente vicini e orgogliosi per questo libro. Anche questa vicinanza è fondamentale perchè serve ad accettare tutto quello che ho passato.
Hai deciso di devolvere parte del ricavato della vendita del tuo libro alla neonata Associazione Ambrosia. Come ti poni oggi nei confronti di questo disturbo ma soprattutto di tutti quei ragazzi e rispettive famiglie che ogni giorno lottano per conquistare quella tanto agognata guarigione e “libertà”? Ho deciso di devolvere parte del ricavato della vendita ad Ambrosia perchè sono convinta che ci sia speranza per tutti. So cosa significa affrontare l’anoressia, soprattutto quando si è nel fiore della crescita, un periodo delicato, ancor più complesso se si sta affrontando un disturbo così oscuro, un parassita, una cosa orribile. Desidero, attraverso questo libro, sostenere tutti i ragazzi e le famiglie che stanno affrontando la malattia e a tutte le persone che mi scrivono su Instagram raccontandomi il loro malessere. Chiaramente non sono una neuropsichiatra ma vorrei davvero alleviare il loro dolore esortandoli a chiedere aiuto.
Da paziente pensi che si possa parlare di guarigione definitiva? Quale strascico lascia un’esperienza di questo tipo? Credo molto nella guarigione. É necessario impegnarsi e posso confermare che è la cosa più difficile che abbia mai provato.Sì, si può parlare di guarigione definitiva anche se, in alcuni momenti della vita, specialmente i più complessi, quella “vocina” ritorna e devi riuscire ad annullarla. Solo grazie ad un percorso psicologico, come quello che io stessa ho affrontato riesci a interrogarla, a riflettere e a dire no. C’è un detto in inglese che dice “Old habits die hard” ovvero, “le vecchie abitudini muoiono difficilmente”. Gli istinti sono quel qualcosa di improgrammabile, non spariscono, sei tu che devi essere in grado di gestirli. É certamente un’esperienza pesante che lascia uno strascico forte e complicato ma che non muore nel ricordo, è un dolore e quando quella “vocina” si ripresenta tu devi essere in grado di risponderle: “non posso ascoltarti perchè non posso tornare la ragazza che ero 3 anni fa”.
Aiutare chi oggi sta soffrendo della stessa patologia è uno dei tuoi obiettivi. Che consigli ti senti di dare? Consiglio a tutte le ragazze e i ragazzi di non paragonarsi mai a nessuno poichè il confronto fa male. Non dobbiamo cercare la perfezione negli altri poichè ricercare continuamente il massimo ci conduce a sentirci sbagliati ed erroneamente a voler cambiare noi stessi. É invece fondamentale pensare alla nostra unicità e accettare e voler bene a quello che siamo. Devi affrontare questo disturbo con grande forza di volontà, con coraggio perchè purtroppo è una battaglia che si conduce da soli e in cui nessuno può decidere di star bene al posto tuo. Non stai meglio quando decidi di affidarti alle cure di una psichiatra stai meglio quando lo decidi tu, quando finalmente sai dire di no, adesso basta.
Che cosa manca secondo te oggi per affrontare in modo adeguato e soprattutto spoglio da pregiudizi questa patologia? Il tema dei Disturbi del Comportamento Alimentare è entrato oggi anche nel dibattito politico. Cosa pensi si possa fare a riguardo? Questo tema è importantissimo anche perchè troppo spesso viene sottovalutato. Oggi si è propensi a collegare il disturbo ad un capriccio relegato alla smania di magrezza. Non è così, poichè l’anoressia è un disturbo alimentare che si manifesta come risposta a un disagio psichico. Sensibilizzazione e informazioni sono due capisaldi per la prevenzione ecco perchè andrò nelle scuole e organizzerò diversi eventi per raccontare la mia esperienza cercando di coinvolgere più persone possibile. Parlare di anoressia non significa analizzare questo problema per stereotipi ma affrontarlo in maniera educativa in modo tale che ragazzi e genitori possano imparare a gestire la situazione. Oggi mancano tanti servizi per affrontare i disturbi alimentari, l’accesso alle cure è difficile, anche dal punto di vista economico perchè molti percorsi devono essere affrontati privatamente. É necessario un sostegno perchè di anoressia si muore. Il dibattito politico affronta la malattia ma non a sufficienza, la sensibilizzazione emerge il 15 marzo, la giornata del fiocchetto lilla, ma durante l’anno? Cosa si fa? La sensibilizzazione deve rendersi partecipe nelle vite di tutti noi ogni giorno, non solo il 15 marzo.
Hai a disposizione un solo grazie a chi lo dedichi? Non può esserci solo un grazie. Tantissime persone hanno contribuito a strapparmi un sorriso. Vorrei ringraziare la Dottoressa Pagani, i miei professori, ma se dovessi davvero avere solo un grazie a disposizione, ecco, quello lo dedicherei alla mia mamma.Sai nella vita ho capito una cosa importante, le persone, gli amici, vanno e vengono, ti tradiscono, voltano faccia mentre l’unica persona che vuole vederti felice più di se stessa è sempre la propria mamma.