Stefano Cassetti, da designer a attore internazionale

Una laurea in tasca, i buoni propositi di un rientro a Parigi per festeggiare quel traguardo con gli amici e l’incontro fortuito con la direttrice di casting del film “Roberto Succo” di Cédric Kahn, presentato al Festival di Cannes 2001, la pellicola che gli procurò la candidatura al César 2002 come miglior attore esordiente. Stefano Cassetti divenne attore così, letteralmente per caso e senza alcuna ambizione di voler far parte del tanto acclamato mondo del cinema. Furono gli anni, la determinazione e la complessità di certe esperienze a suggerirgli la strada che in realtà la vita gli aveva promesso, un cammino quasi oscuro in un mondo, per lui, del tutto sconosciuto e ben lontano dal suo ruolo di designer.  Oggi stefano Cassetti è un attore riconosciuto nel mondo protagonista di serie TV e film internazionali.

Che infanzia hai avuto? Sono nato a Brescia nel 1974 ed è qui che ho frequentato il liceo. Mi trasferii a Milano per sette anni e nel ‘99 mi laureai Dottore in Disegno Industriale, presso la Facoltà di Architettura del Politecnico. Il design ha rappresentato la mia prima passione tratteggiando quel ruolo, nella vita, che per alcuni tempi feci davvero fatica ad abbandonare.

Il Cassetti designer e il Cassetti attore. Due “ruoli” agli antipodi entrambi legati però da un profondo amore per l’arte. Come ti sei avvicinato al cinema? La recitazione non ha mai fatto parte nè delle mie ambizioni nè dei miei progetti di ragazzo. Non ho nemmeno mai frequentato corsi di teatro è semplicemente capitato.  É stato letteralmente un caso! Dopo l’Ersasmus e dopo aver imparato un francese un po’ disordinato tornai a Parigi per festeggiare la mia laurea e incontrare tutti gli amici. In un ristorante venni notato, probabilmente per il mio accento tipicamente italiano, perfetto per il personaggio di Roberto Succo. Mi proposero un provino al quale partecipai con grande imperturbabilità e senza alcuna ambizione. Persino mia madre formulò l’ipotesi che mi avessero proposto la parte in un film solo perchè nessun altro volesse farlo. La fiducia insomma era davvero ai minimi livelli (NDR e ride). Passarono ben sei mesi da quel primo provino ma nel frattempo la mia vita di designer continuava ed accettai anche un piccolo contratto come insegnante.  Mi scritturarono per quel film ma non ricordo con tutta sincerità di aver appreso la notizia con particolare esultanza. Sapevo che sarebbe stata solo una parentesi, una piccola esperienza, molto lontana da quella professionalità che fino a quel momento era realmente parte della mia vita, il mio mestiere, quello per cui per anni avevo studiato: il designer. Ero consapevole che sarebbe stato un impegno temporaneo di quattro o cinque mesi ma che poi sarei tornato alla mia routine.  Proprio da questa consapevolezza tenni il piede in due scarpe per un paio d’anni lavorando come designer e come attore. Non osavo abbandonare il mio lavoro nonostante arrivassero molte sceneggiature. 

Quando Stefano Cassetti è diventato attore? Quando hai capito di percorrere la strada corretta? Solo nel 2002 decisi di dedicarmi totalmente alla recitazione anteponendola alla passione per il design. Non ho ma pensato che la recitazione fosse la strada corretta ma quella che la vita ha voluto suggerirmi in maniera molto evidente. Oggi mi pento per non averla conosciuta e intrapresa prima.  Dopo il primo film arrivarono infatti offerte molto importanti.  Mi proposero di trasferirmi a Los Angeles e prendere parte a progetti molto prestigiosi. In quei primi anni purtroppo rifiutai molte proposte, in primis perchè non consideravo la recitazione il lavoro della vita, affacciandomi invece con maggior sicurezza e probabilmente coscienza alla mia professione di designer e in secondo luogo per la nascita di mia figlia, evento che non poteva di certo collimare con trasferimenti e lunghissime trasferte.

Lavori moltissimo all’estero.  É una scelta oppure un caso? Mi trovo spesso all’estero e fare parte di cast internazionali non è proprio un caso.  Oggi l’industria cinematografica italiana è molto limitante. Vengono privilegiati accenti del sud, spesso romani, napoletani e siciliani, quando si parla di comicità anche toscani o emiliani. La mia cadenza lombarda poco corrisponde con queste propensioni. L’accento del nord, se ci pensiamo, non compare così spesso è quasi sconosciuto, esiste quindi questo problema di accettazione ormai conclamato. Probabilmente è per questo motivo che sono rimasto in Francia decidendo di avviare qui la mia carriera e ad oggi sono consapevole di essere riconosciuto come attore francese e non italiano. Ho persino deciso di non doppiarmi nella versione italiana dei miei film e questa scelta viene spesso criticata duramente dai miei colleghi italiani che ne disapprovano il senso. Negli ultimi quindici anni ho proprio rifiutato il doppiaggio.  Nei cast sono quasi sempre l’unico attore madrelingua italiano e credo fortemente che sia più sensato, come gli altri, essere doppiato da doppiatori professionisti estremamente capaci. Questa scelta è assolutamente consapevole e determina in maniera significativa la forza del personaggio.

Un’interpretazione che ti è rimasta nel cuore e che ha influenzato la tua carriera? Sono tante ma sicuramente il primo film ha rappresentato il mio ingresso in un mondo sino ad allora completamente sconosciuto. Diciamo che ha rappresentato il mio inizio. Il film, “Roberto Succo” di Cédric Kahn racconta la storia del serial killer italiano Roberto Succo, diciannovenne reo di aver ucciso i due genitori, in fuga via dall’Italia insieme alla sedicenne Lèa.  Questo film che mi calò nei panni del cattivo influenzò moltissimo la mia carriera aprendomi le porte del cinema a ruoli molto simili particolarmente oscuri e duri.   Anche “Into the Night”, serie televisiva belga scritta dal produttore e showrunner Jason George e ispirata al romanzo polacco di fantascienza “The Old Axolotl” di Jacek Dukaj, prodotta e distribuita da Netflix dal 2020 ha influenzato molto la mia carriera. Vissi letteralmente per tre mesi in una sorta di bolla insieme ad un gruppo chiuso di attori di varie nazionalità in una città che non conoscevo, Sofia.  Quel tipo di atmosfera creò un legame tra noi attori particolarmente forte e suppongo che il successo della serie derivi proprio da questo grande affiatamento sul set. Interpretavo Terenzio Matteo Gallo, ufficiale italiano della NATO tra i primi ad accorgersi dell’emergenza mondiale.

Qual è il ruolo che vorresti interpretare? Per molti anni interpretai lo stesso ruolo. Un uomo duro, oscuro, minaccioso, il cattivo in poche parole. Una veste che alla lunga iniziò a pesarmi un po’. Staccandomi da quel tipo di personaggio mi candidai a ruoli più leggeri, anche fragili, innocenti lontani dai miei soliti delinquenti… Interpretai anche un prete nel 2008 ma ben presto capii che forse sarebbe stato meglio accettare quello che la vita mi aveva offerto e ringraziare. Penso e credo fortemente che tutti noi molto spesso apparteniamo ad un mondo che non possiamo contrastare.  Decisi quindi di accettare quella parte con grande consapevolezza e farla al meglio accantonando la smania di ricercare ruoli più delicati o sentimentali.  Negli anni comunque non ho fatto solo il “cattivo” ma ho accettato ruoli differenti.  In “Pamela Rose”, la serie Netflix uscita il 20 novembre ho un ruolo in una commedia mentre in “La Lunga Corsa”, il film italiano di Andrea Magnani, uscito quest’anno a fine estate, faccio parte di una fiaba moderna molto romantica e melanconica, interpreto sempre il ruolo del cattivo ma in un mondo fiabesco.

Un film cult di ieri che vorresti reinterpretare? Il buono, il brutto e il cattivo. 

Hai avuto un maestro? Assolutamente no.  Per tanti anni ne ho pure sentito la mancanza.  Nel tempo ho anche cercato di fare corsi di recitazione ma non ho mai ritrovato una vision specifica. Mi sono sempre ritrovato con me stesso anche nella gestione di parti complesse interpretate in lingue da me sconosciute. Ho eleborato da solo dei metodi che mi potessero guidare alla memorizzazione di quelle parti concentrandomi tantissimo sullo studio. Non posso dimenticare ad esempio i quattro film recitati in tedesco e un monologo teatrale estremamente difficile. Ecco penso che quella sia stata la palestra di vita più significativa per la mia carriera, un’esperienza talmente dura che ha rafforzato tantissimo la mia preparazione.

Un sogno invece svanito? Il Covid senza dubbio ha scalfito delle conseguenze piuttosto fastidiose sfociando in occasione perse molto importanti.   Dovetti rincunciare al ruolo di agente della CIA, interpretazione che amo moltissimo, in un progetto californiano considerevole. Imparai la parte lavorandoci per mesi per poi scoprire, a pochi giorni dalla mia partenza ed essendo guarito dal Covid da poco che i viaggiatori provenienti dallʼItalia e da molti altri paesi europei non potevano recarsi negli USA. Il governo statunitense aveva introdotto limitazioni di viaggio per contenere la diffusione del coronavirus. Questo rappresentò un duro colpo per me. 

Quando guardi un film su cosa ti concentri di più? Osservo particolarmente il montaggio, poi guardo la recitazione ed infine la trama e la sceneggiatura.  Il montaggio è un argomento che mi affascina moltissimo. Curare la regia di un film è un desiderio che custodisco da molto tempo ma, oggi come oggi, nonostante le idee possano essere tante e valide, manca il tempo e la testa per intraprendere quella strada. Sto posticipando aspettando l’occasione perfetta.

Oggi a cosa stai lavorando se si può spoilerare… É senza dubbio un periodo particolarmente intenso, è in uscita “One Trillion Dollars”, la nuova serie di Paramount+, “Pamela Rose” su Canal Plus e un’importante serie che mi vede protagonista “True Crime Anthracite” in uscita nei primi mesi del 2024. 

Preferisci essere protagonista di un film o di una serie? Oggi come oggi i due mezzi si equivalgono per qualità e senza dubbio la serie televisiva è destinata a raccogliere maggior successo anche in termini di temporalità. La serie infatti “sopravvive” sempre anche a distanza di tempo dalla sua messa in onda mentre l’uscita di un film dura unicamente un week end. Oggi il gioco forza lo fanno le serie TV. 

A che punto è la tua passione per il design? É confinata ad una passione. Ho accantonato la vita professionale ma mi diverto a disegnare mobili per me stesso.

Che rapporto hai invece con Brescia? Torno spesso, rientro dalla mia famiglia a Salò sul Lago di Garda. Brescia è una città stupenda e ogni volta che ci ritorno mi stupisce sempre. La trovo molto cambiata negli ultimi anni e lo dico con grande positività.

Immagine di Mauro Angelantoni

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