STEFANO LUONGO la vita non si gioca solo in vasca

Stefano Luongo, Disciplina Pallanuoto Attaccante classe 1990. Vanta quasi 200 presenze in Nazionale e con il Settebello dopo aver vinto due argenti: Europei di Zagabria 2010 e World League di Firenze 2011 è Campione del Mondo ai Mondiali di Gwangju in Corea del Sud nel 2019. Ma la sua vita non si gioca solo nella vasca: un percorso in cui lo sport e i suoi insegnamenti sono stati fondamentali per vincere nella vita. Quando si conosce se stessi ed il nemico la vittoria è certa.

Stefano com’è raggiungere un obiettivo così importante come la vittoria di un Campionato Mondiale?

E’ il coronamento di un sogno. Sai la pallanuoto è uno sport che ti chiede moltissimi sacrifici, sia in termini energetici che di tempo, e non sempre è magnanimo nel ricompensarti con delle gioie. Nella mia carriera fortunatamente ho vinto più di quello che mi sarei immaginato quindi devo ammettere che la pallanuoto è stata gentile con me.

Per raggiungere questo traguardo hai iniziato presto a buttarti in acqua.

Si ho iniziato a 6 anni, vengo dalla Liguria, patria della pallanuoto e da una famiglia interamente composta da pallanuotisti. Era destino. 

Com’è il tuo allenamento normale?

La mattina mi sveglio, colazione e alle 9 sono già in palestra, fino alle 11, poi in acqua fino alle 13.30. Tornato a casa trovo fortunatamente il pranzo pronto e mia figlia e la mia compagna che mi aspettano. Dopo pranzo ho necessità di dormire, altrimenti chi le regge altre due ore di allenamento, e dalle 19 alle 21 sono di nuovo in acqua.

Tu hai sempre sostenuto che oltre al fisico per essere un campione è fondamentale anche avere una mente preparata. Cosa significa?

Significa che la mente batte il corpo, sempre l’ha fatto e sempre lo farà, nello sport come nella vita. 

Pensando a questo equilibrio tra fisico e mente quali atleti ti vengono in mente per primi?

Michael Jordan, Michael Phelps, Muhammad Alì. Al volo mi vengono in mente questi.

Oggi dopo una carriera così importante a chi ti senti più riconoscente per la tua formazione come atleta e come uomo completo?

Sicuramente alla mia famiglia che mi ha cresciuto in un ambiente libero e poi penso che il resto sia un processo molto lungo dove tutte le persone che incontriamo e le esperienze che attraversiamo ci plasmino nel diventare quello che siamo oggi. E infine, soprattutto, la mia compagna, che mi ha aperto le porte dell’amore sia come uomo che come padre dando alla luce la nostra splendida figlia Sole.

Poi finalmente sei arrivato a giocare a Brescia, com’è stato l’incontro con la nostra città?

E’ stato stupendo. Amo molto Brescia infatti ho comprato casa qui, poco fuori, a Travagliato. E’ una città che ti fa sentire vivo e ti stimola moltissimo, circondata da persone molto cordiali e disponibili.

Ora però sei arrivato in una nuova squadra e in una nuova città, a Bologna ti hanno presentato come l’attaccante autore di 47 reti nella regular season di campionato e di 30 gol nella fase a gironi di Champions League. Come ti senti?

Mi sento molto stimolato, è una nuova sfida, un nuovo capitolo della mia carriera e come tale mi fa sentire elettrizzato. Amo le sfide.

Tornando alla tensione che in ogni atleta coinvolge fisico e mente, tu hai saputo incanalarla anche in una direzione completamente nuova e molto originale, l’espressione artistica. Come hai scoperto questa opportunità?

L’arte ha sempre gravitato intorno alla mia vita. Mio zio Franco Cardinali era un pittore molto quotato, soprattutto in Francia, ma io non avevo mai avuto l’occasione, o forse le energie, per soffermarmici. Crescendo e attraversando anche momenti poco felici come infortuni gravi, incidenti, ecc. mi si è come aperto un rubinetto interno che mi spinge a esprimere ciò che sento dentro attraverso la scrittura o la pittura.

L’arte è fondamentalmente comunicazione, con se stessi e con gli altri. Tu a chi ti rivolgi?

Come dicevo poco fa la mia è proprio un esigenza, altrimenti esplodo, quindi in primis mi rivolgo a me stesso, in maniera del tutto terapeutica.

È piuttosto raro che il mondo dello sport e degli atleti si confonda con il mondo dell’arte e degli artisti. L’idea comune è che l’atleta sia una persona estremamente razionale, concreta e determinata mentre l’artista per convenzione è una persona sognatrice, astratta e spesso tormentata.  C’è qualcosa di vero? E i tuoi colleghi come hanno reagito a questa tua attività artistica?

Non so se ci sia qualcosa di vero per tutti, sicuramente non è comune, ma io non mi sono mai soffermato alle etichette mentre qualche altro atleta forse lo ha fatto non riuscendo ad esprimere totalmente se stesso. Devo ammettere che il mondo della pallanuoto ha reagito molto bene alla mia vena artistica apprezzandola molto, ma adesso vorrei aprirmi e farmi conoscere anche nel mondo dell’arte, per fortuna ho amici come Nicola Bianco Speroni che non hanno mai mancato di sostenermi e spronarmi. E’ molto importante in ogni situazione della vita sentire la presenza e la stima delle persone che a tua volta stimi e apprezzi.

Quale è stato il tuo percorso artistico?

Il mio percorso è tutt’ora in sviluppo. Sono più un amante del concetto che del pennello. Non saprei fare un dipinto iperrealistico ma la verità è che non mi interessa nemmeno, anzi, vorrei arrivare un giorno a creare un qualcosa talmente fuori dagli schemi da non essere mai stato fatto prima.

Mi pare che il colore per te sia fondamentale, spesso è il colore che arriva prima ancora del disegno.

Sì, l’esplosione del colore, la forza, l’intensità, sono un grandissimo mezzo di comunicazione che può suscitare emozioni forti e inaspettate. Io cerco quello.

Il tuo luogo creativo a Travagliato è molto bello. Come gestisci il tempo che dedichi alla pittura?

Ho sempre trovato il tempo da dedicare all’arte anche se, da quando è nata mia figlia, è sempre più difficile, ma ne ho approfittato per rivedere e rivoluzionare il mio metodo di lavoro e adesso dedico molto più tempo alla preparazione della realizzazione che alla realizzazione in sé, così, quando vado nel mio studio, so già perfettamente cosa fare e quale tecnica usare.

Spesso tra ciò che l’artista pensa e ciò che l’osservatore legge nell’opera vi è un abisso. Quando tu mostri una tua opera e l’osservatore resta in silenzio cosa speri che stia pensando? 

Spero che si stia ponendo delle domande. Più che dare risposte o essere piacevoli esteticamente, vorrei che i miei lavori fossero contemplativi e le persone li usassero per crearsi una pausa da questa vita frenetica, fermarsi e prendersi un momento per se stessi, e porsi delle domande.

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