Tiziano Internò. Vivere oltre il limite.

Avevo ipotizzato senza dubbio un titolo differente per questa intervista, un qualcosa che autenticasse la partecipazione alla Dakar, il rally più celebre al mondo. In verità Tiziano Internò è molto, molto altro, un uomo che non si definisce pilota ma esploratore del mondo incoraggiato da valori profondi capace di infrangere quei  limiti che sempre più spesso ci imprigionano nel nostro orticello, più o meno dorato, annebbiando quelli che potrebbero essere i nostri più grandi obiettivi e di conseguenza dissociandoci dal potere di conquistarli.

Quella di Tiziano non è solo una Dakar, è un viaggio interiore alla scoperta dei propri limiti, vissuti però con grande entusiasmo, ispirazione e infinita passione, non solo per il motociclismo, per lo sport, ma per la vita, quella più vera.

Che bambino è stato Tiziano Internò? É stato un bambino problematico.  Da piccolo mi chiamavano “il bambino di cristallo”, quello destinato a morire. A soli sei anni iniziai ad accusare dei gravi problemi di cecità, una congiuntura che segnò la mia infanzia rendendola complessa. Il futuro non si dimostrò più clemente, iniziarono poco dopo, alcune complicazioni molto serie, allergie che non mi permettevano nemmeno di uscire di casa. Ero praticamente allergico a tutto, al cibo, al sapone, ai vestiti, alla benzina, persino ai raggi del sole. Dipendevo totalmente da immunosoppressori e da una severa cura farmacologica. Tutto appariva come una minaccia segnando profondamente il mio approccio alla vita, soprattutto dal punto di vista psicologico.  Ad un certo punto presi letteralmente in mano il mio futuro, troppo incerto e limitato, un ring di paure. Decisi di disintossicarmi da tutto questo cercando di sfiammare un corpo compromesso. Sono passato dall’essere la vittima del mio mondo al creatore della mia realtà. É stato un vissuto davvero molto pesante e oggi faccio fatica a riassumerlo. Quello che ho subito, e parlo di circa centocinquanta shock anafilattici all’anno, uniti alla violenza delle reazioni allergiche mi hanno letteralmente inghiottito e imprigionato. Oggi “cambiando l’approccio alla vita” sono completamente guarito. Un miracolo? Può essere… Ma questa è un’altra storia. Pensa che sto girando un documentario dedicato alla storia della “Parigi-Dakar” che avrà incipit proprio da questo aspetto, il titolo è “salvato dalla sabbia” poichè la moto mi ha letteralmente salvato, conducendomi ad impadronirmi di quella vita che avevo perso. 

Quando la moto ti ha salvato? In realtà la moto rappresenta il vero leit motive della mia vita. Sono legatissimo ad una moto in particolare, un’Honda Africa twin rd04 del 1990 che mio padre acquistò prima che nascessi. Una moto che decise di custodire da sempre nel nostro garage. Quella moto rappresentò per me il desiderio, l’ambizione, un giorno, di poter viaggiare scoprendo nuovi orizzonti. Quella stessa moto mi incoraggiò a vincere con me stesso rendendo quello che poteva rappresentare solo un sogno una realtà. 

Nonostante tutti questi limiti come hai fatto ad avvicinarti al mondo delle due ruote? I miei genitori sono stati due grandi moto viaggiatori. Considera che negli anni ‘80 si spinsero, in sella alla loro moto, fino alla Russia. Ho assorbito totalmente la loro passione.  Da adolescente trascorrevo il mio tempo libero nell’officina di Bruno Birbes, anche lui dakariano e osservavo suo suocero, Silvio Fatichi, che preparava questi giganti del deserto.  Inevitabilmente il deserto e la Dakar divennero il mio sogno. Un obiettivo, almeno ideologicamente, (ahimè solo per quello) forse troppo grande per la mia portata. Troppo difficile, in un territorio troppo lontano, troppo costosa, condizioni che frenarono l’obiettivo. Per non perdere però la traiettoria decisi di avvicinarmi a quella che sarebbe potuta essere la disciplina più somigliante e quindi mi buttai sull’enduro. Perdurai per oltre undici anni impegnandomi tantissimo, allenandomi almeno quattro volte alla settimana e partecipando a tutte le competizioni possibili. Una grande scuola di vita. Di punto in bianco nel 2015 decisi di smettere e mi ritirai. Affrontai un viaggio con me stesso donandomi letteralmente alla moto, ma al gran turismo. A bordo della mia Africa Twin arrivai a Capo Nord, abbandonando letteralmente il mondo delle gare ed abbracciando quello della scoperta, dell’esplorazione.

Come sei arrivato alla Dakar? Partecipai al NorthCape 4000 un evento di Ultracycling, una specialità del ciclismo, che consiste nel gareggiare su lunghe distanze. Percorsi in soli diciassette giorni la tratta Torino-Capo Nord,   4600 km di viaggio, 30.000 di dislivello senza assistenza.  Affrontai quell’esperienza senza alcun tipo di allenamento, senza preparazione con lo scopo di essere il protagonista della mia grande avventura. Tornato da quel viaggio, un “esercizio” che davvero ridimensiona tutti i limiti, mi sentivo davvero motivato per la Dakar.

Ma cosa ti ha spinto verso un’esperienza così estrema? Il punto più a nord dell’Europa… La meta, Capo Nord, senza dubbio ha un valore significativo. É il sogno di ogni motociclista ma è anche stato uno dei tanti viaggi affrontati dai miei stessi genitori negli anni ‘80. Desideravo semplicemente percorrerlo. Non è una scelta comune ma io la trovo pur sempre normale. Sembrano sinonimi ma in realtà non lo sono. Ciò che è considerato comune alla fine è un’azione ricorrente che possono fare tutti, normale invece è la consapevolezza di poter  affrontare un qualcosa. Sono sempre stato incoraggiato e sostenuto da uno stato d’animo particolare: vivere per imparare, per crescere ed esplorare. La normalità la intravedo nello scoprire se stessi superando i propri limiti. Tornato da quell’esperienza, così immersiva e autentica, capii che la meta in fondo non contava, era il viaggio il vero valore. Il 24 agosto del 2019 decisi di partecipare alla Dakar. 

Quali furono le prime difficoltà? Sicuramente il budget. Le spese per partecipare ad una Dakar sono davvero importanti e dovetti se non altro cambiare approccio.  Non mi sono mai ritenuto un pilota bensì un esploratore optai quindi di connettere la mia professione, quella di comunicatore, al mondo agonistico della Dakar. Decisi di raccontare il viaggio di un ragazzo di trent’anni che partendo da zero desiderava con tutto se stesso partecipare alla Dakar nella maniera più autentica possibile.  Raccontai questa fantastica esperienza nel deserto come un vero diario di viaggio, un canale che prese il nome di “Rally POV”. Ogni anno apriamo una campagna di Crowfunding per sostenere le spese folli dei diritti TV e degli accrediti del Team Media che l’organizzazione della Dakar ci impone. Ad oggi è la nostra prima fonte di entrata e quello che rende sostenibile la nostra comunicazione. L’ultima campagna, conclusasi il 17 gennaio ci ha permesso di raccogliere 54.000 Euro (https://www.kickstarter.com/projects/dakar2021/bivacco-italia-la-dakar-2025-live-ed-in-italiano).

Quali sono state le prime emozioni invece? Provenendo dal mondo delle gare ho dovuto inevitabilmente saper domare i miei istinti agonistici. In quel momento, quando ti ritrovi schierato con i migliori piloti del mondo, devi ricordarti che non sei nessuno e che ahimè probabilmente il lunedì dopo dovrai pagare anche l’F24. In realtà tu ti trovi lì perchè ti sei solo iscritto ad una gara.  Questa dimensione di racconto me la sono proprio imposta come missione, quel qualcosa che potesse unicamente narrare la mia partecipazone, con l’obiettivo di raccontarla e non di correrla cercando in qualche modo di placare i miei istinti di ex pilota.  Nonostante durante la mia prima edizione, nel 2021, mi infortunai,  decisi comunque di non tornare a casa ma raccontare la gara degli altri piloti.  Il fallimento si è trasformato nel miglior successo tant’è che partecipai alle quattro edizioni successive, compresa quella di quest’anno. Sono grato al mio team, un supporto costante e fondamentale. Ringrazio Paolo Picelli e Daniel Vulin (entrambi bresciani e sin dal primo giorno impegnati in Rally POV), Alberto Porta (storico inviato Mediaset e quest’anno voce narrante di Rally POV) e Fabio SHAKE Bernardini (Direttore artistico di XFactor, quest’anno impegnato come creativo ed operatore a sup- porto di Porta). 

A differenza dei piloti ufficiali supportati dal proprio team di assistenza, tu appartenendo alla “Original by Motul”, la classe più estrema, hai dovuto fare affidamento unicamente su te stesso. Come si affronta un’avventura di questo tipo? É la classe vera.  Quella che desideravo di più. Non ho mai avuto un meccanico, mi piace esplorare, imparare anche sporcandomi le mani, in un certo senso mi sono sempre arrangiato da solo. Perchè quindi avrei dovuto affidarmi ad un supporto? Trovai in questa categoria la connessione con la mia essenza più vera, molto romantica: correre la gara più bella del mondo insieme alla mia moto, alla mia tenda e alla mia cassa di ricambi. Completamente in solitaria. Mi sono letteralmente innamorato di questa categoria e la trovo veramente pura. 

Qual è l’aspetto più emozionale che non dimenticarai mai nella vita? Senza dubbio il riuscire a saper gestire le emozioni.  In sella ad una moto nel deserto, così come in ufficio davanti al pc, vivi una catena di emozioni eterogenee tra picchi di euforia che si scontrano inevitabilmente con imprevisti e complessità. Ecco che la mail indispettita di un cliente diventa inevitabilmente quel sasso nel deserto che ti fa cadere dalla moto. La vera essenza di questa gara risiede proprio nel saper riuscire a gestire questi picchi emotivi trovando una giusta dimensione per riuscire ad arrivare in fondo, proprio come nella vita. 

Le tue passioni ti portano nel deserto ma la vita di tutti i giorni dove ti conduce? Nella vita di tutti i giorni sono un comunicatore e titolare di un’agenzia di marketing. Sono stato il fondatore della MrWolf acquisita cinque anni fa dall’Oldrati Group dove continuo ad occuparmi di brevetti ed innovazione. Ogni anno, come se fosse ormai un mantra, invece mi dedico all’esplorazione anche nel business creando una start up. Lo scorso anno la mia start up è stato il matrimonio con mia moglie (e ride NDR) ma quest’anno ho già registrato un nuo- vo brevetto.  Amo sperimentare, reinvetarmi ma anche fallire perchè anche la sconfitta ha il potere di farci crescere. 

Lo scorso anno sei sceso nella Y-40 The Deep Joy, la piscina termale più profonda del mondo in sella alla tua Honda stabilendo un Guinness World Record. Esiste un nesso fra l’amore per il deserto della Dakar e il mondo subacqueo degli abissi? Le immersioni, passione che condivido con mia moglie, rappresentano un’altra grande attrazione. Ho iniziato da bambino, a soli 11 anni. Immergermi a quarantadue metri di profondità a bordo della mia moto non ha rappresentato una sfida personale, o per lo meno, non solo. Mi è stato chiesto dai giapponesi della Honda di presentare nella maniera più originale possibile la nuova moto con la quale ho partecipato alla Dakar, appunto una Honda 450 HRC. Da comunicatore che sono, perchè comunque è quella la mia professione, ho iniziato a fantasticare e a immaginare lo scenario perfetto.  Quasi annoiato delle classiche foto in mezzo alle dune decisi di concedere a quella presentazione un significato non solo originale ma anche profondo, nel vero senso della parola. Scartando quindi le opzioni più “facili” e prevedibili insieme al mio team decisi di dare vita al progetto/evento “Centroprofondo” stabilendo il nuovo primato mondiale per l’immersione più profonda in sella a una moto negli abissi della Y-40 The Deep Joy di Montegrotto Terme, la piscina termale più profonda al mondo. É stato entusiasmante. Il prototipo che ricalcava fedelmente l’estetica di una moto da rally possedeva un motore elettrico subacqueo che gli consentiva di avanzare, impennare e risalire grazie a dei “polmoni” di aria per modificarne l’assetto.   Questo progetto non è nato per esaltare la mia figura, non è stato pensato in maniera autoreferenziale ma custodisce significati ben più importanti come il riscoprire se stessi attraverso le passioni. Ho deciso di coinvolgere veri protagonisti del motorsport ma soprattutto grandi amici che hanno saputo dimostrare, meglio di qualsiasi altro, il potere della rinascita. Sono il recordman di apnea Gianluca Genoni, il pilota paraplegico Nicola Dutto e i due apneisti paralimpici Ilenia Colanero e Fabrizio Pagani.  Che si tratti di un respiro, come della possibilità di risalire in sella ad una mondo con una paralisi importante, esiste un filo invisibile che ci unisce.  É il nostro “Centroprofondo” ovvero la possibilità di riconnettersi con la nostra anima e con il nostro essere più intimo.  La scelta di spingermi a 42 metri di profondità in sella ad una moto, che per tanti può sembrare un’impresa “spettacolare” e scenica, significa ispirare le persone a trovare se stessi attraverso lo sport.  Potrai dirmi che è estremo ma per me è normale, perchè anche attraverso le storie di questi ragazzi capisci che non c’è veramente un limite. Potevano scegliere “comodamente” di essere vittime della propria vita o di una sfortuna che ha bussato alla loro porta e invece hanno scelto di essere vincenti.  

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Divertirmi, inventare ed esplorare. Sono terrorizzato dall’idea di darmi un’etichetta. Voglio creare il mio destino: viverlo, costruirlo ogni giorno evolvendo, imparando e crescendo.  Non voglio essere incasellato nella vita, rifugiarmi in una routine. Ai ragazzi del mio studio cerco sempre di infondere proprio questo messaggio. É importante reinventarsi sempre, essere curiosi della vita, tentare, provare, rompere i piani e seguire le ambizioni. Oggi non è più il tempo per accontentarsi di un orticello di sicurezze. É necessario continuare a cambiare e migliorare, coltivando una visione precisa che non si lascia persuadere dai limiti.

Qual è invece il grande sogno nel cassetto? Io sto già vivendo il mio sogno. Vedo la mia vita proprio come “Inception”, uno dei miei film preferiti, un’opera che fa riflettere sull’enorme potere della mente tra sogno e realtà. Il sognatore crea la propria realtà, l’ambiente, le persone e ciò che più gli piace. Io desidero vivere in questo modo.

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