Incontrai Vittorio Moretti, per la prima volta, circa venticinque anni fa durante una visita in Bellavista. Una visita straordinaria conclusasi piacevolmente nelle sale de L’Albereta dinnanzi ad un pittoresco e gustoso “Pollock” che lo stesso Gualtiero Marchesi mi portò al tavolo. Avevo poco più che vent’anni e quell’esperienza rimase impressa nell’album dei ricordi proprio come se fosse ieri. Un flash back che nessuno smartphone avrebbe potuto immortalare poichè il bello e il buono della vita arriva sempre al cuore e lì nell’archivio della tua anima rimarrà per sempre, incorrotto, senza filtri, senza effetti speciale, avvalorato unicamente da un’autentica verità. É lì che riconosci il grande valore della qualità, della sapienza, dell’estro, del significato di perseveranza, di “grandezza” e di tanta, tantissima lungimiranza. É in quell’istante che capisci che ogni piccolo dettaglio è frutto di una visione imprenditoriale definita, unica e sottile. Oggi, che sono seduta accanto a lui, nell’headquarter di Terra Moretti, ritrovo tutto lo charme di un “personaggio regale e contadino”, così, proprio come l’ha descritto Vittorio Feltri, un uomo con una storia lunga e avvincente ricca di fascino ma che affonda la sua genesi nella semplicità, nell’umiltà, una matrice importante, solida e in grado di creare prodotti unici ed eleggere uomini straordinari. Vittorio Moretti, l’impresa, la passione, il territorio.

Intervista al Cavalier Vittorio Moretti Presidente di Terra Moretti
Cosa ricorda della sua infanzia? Che bambino era Vittorio Moretti? Sono stato un vero discolo. Sono nato nel 1941 a Firenze e grazie a delle fortunate conoscenze dei miei genitori venni persino battezzato al Battistero di San Giovanni. Tuttavia non possiedo moltissimi ricordi poichè a soli tre anni i miei decisero di tornare nella loro terra, qui ad Erbusco, nonostante papà continuasse a lavorare nel settore edile girando l’Italia. É qui in Franciacorta che trascorsi la mia infanzia affrontando il rigido periodo del dopoguerra, un momento particolarmente duro e difficile, scandito da un’economia in rovina, graffiata da un momento socio-politico instabile. Nonostante questo quadro complesso i miei genitori riuscirono ad affrontare la vita crescendomi senza farmi mancare nulla.Il nonno, agricoltore, barattava il grano con il pane fresco che andavo io stesso a ritirare dal fornaio, produceva anche un po’ di vino riuscendo a venderlo in damigiana seppur in modeste quantità. Radici contadine, semplici ma solide che senza dubbio forgiarono la mia crescita connettendo la mia identità a questa terra, a questi stessi valori. Cosa mi ricordo della mia infanzia? Il gioco, la spensieratezza ma anche i doveri e gli impegni che mamma quotidianamente mi impartiva come il rifornimento della legna per la stufa, nei boschetti della Franciacorta, oppure le passeggiate alla ricerca dei funghi che sarebbero serviti come contorno per il pasto serale. Piccoli ma grandi responsabilità che un bambino di nove anni all’epoca doveva assolvere per aiutare la famiglia. Papà viveva a Milano durante la settimana, girava per l’Italia occupandosi di edilizia riservando tutto il suo impegno verso quelle zone che maggiormente gli avrebbero concesso successo e guadagno. Mio fratello venne di fatto cresciuto dalle sorelle di mia mamma mentre le mie sorelle, Tina e Rita nacquero quasi dieci anni dopo. Verso la fine degli anni ‘40 mio padre, un gran lavoratore, cantando la canzone “Se potessi avere 1000 lire al mese” di Gilberto Mazzi paventava già una certa ricchezza poichè lui stesso di lire ne portava a casa ben 1.700.Non era di certo ricco ma poteva ritenersi benestante. Grazie a quei guadagni, superati i primi periodi di crisi, decise di costruire per noi una nuova casa a Milano sulle spoglie di un edificio bombardato durante la guerra. Con ingenti sforzi creò una nuova abitazione e altri dodici appartamenti come futuro investimento. Nel ‘50 ci trasferimmo nuovamente a Milano in una casa senza dubbio più moderna dotata anche di un bagno, un vero lusso per l’epoca.
Un’infanzia dall’allure contadina a Erbusco e più cittadina a Milano. Cosa ha significato per lei il trasferimento? A Milano, a quell’epoca, si viveva bene e noi ragazzini di 9 anni eravamo quasi già grandi e pronti per affrontare il mondo, contrariamente da oggi. Inizialmente ci trasferimmo vicino alla celebre Via Gluck, quella cantata da Celentano, in uno degli appartamenti dello zio. Raggiungevo la scuola attraversando i Navigli e percorrendo più di due chilometri a piedi. Ogni tanto papà mi accompagnava facendomi posto sulla canna della sua bicicletta mentre il pomeriggio tornavo a casa sempre da solo. Eravamo bambini già adulti, quasi responsabili, vivevamo in una Milano sicura a misura di famiglia, lontana dalla delinquenza di oggi, una Milano capace di concedere chance e una vita migliore. Ci trasferimmo poi nella nuova casa nel quartiere Gorla, nella periferia nord-orientale della città, una zona che papà scelse per la vicinanza alla stazione di Lambrate e quindi più idonea per poter raggiungere facilmente Brescia. Andai a scuola proprio dove pochi anni prima si consumò la strage di Gorla che causò la morte di 184 bambini. Diciamo che la scelta di quel quartiere rappresentò un vero azzardo, non era una zona particolarmente richiesta e senza dubbio se avesse scelto San Siro gli esiti e i successi immobiliari sarebbero stati ben diversi. In quel periodo, inoltre, si indebitò moltissimo: la ristrutturazione, la creazione dei dodici appartamenti e l’acquisto di una nuova macchina. Il trasferimento a Milano ha rappresentato un momento decisivo per la mia vita. Mi sento tutt’oggi molto milanese e la mia formazione e tutta la mia esperienza è iniziata proprio qui. A scuola ero un vero lazzarone, non superai gli esami per l’abilitazione alle medie e andai a fare le commerciali. Per la prima volta approcciai la computisteria ed imparai a fare di conto. Si studiavano le cambiali, quei titoli di credito che aiutarono l’Italia a crescere e anche mio padre. Dopo aver frequentato le commerciali mi iscrissi alla “Carlo Bazzi”, la scuola dei capi mastro e periti edili di Milano. Il primo anno fu un disastro. Mio padre così mi permise di frequentare le scuole serali impegnando però la mia giornata in cantiere nella sua impresa edile.

Cosa ricorda degli anni ’50 e ’60 e del suo primo ingresso in azienda, l’impresa di costruzioni fondata da suo padre? Mio padre dirigeva l’azienda. Il suo non era un ruolo operativo, impartiva gli ordini e controllava che i lavori fossero perfetti. Mi affidò di fatto ad un muratore che a suon di calci nel sedere e mattoni sulla testa mi insegnò a lavorare. Ero il figlio del padrone ma spogliato da ogni privilegio, anzi, candidato a svolgere i lavori più umili e faticosi. Intorno ai vent’anni arrivò la lettera di richiamo alle armi con la convocazione per il servizio militare. Grazie ad alcune conoscenze di mio padre venni indirizzato alla caserma di Torino, senz’altro più comoda per raggiungere Milano. Qui trascorsi ben quindici mesi ed affrontai una delle esperienze più belle della mia vita.
Tornò poi alla vita quotidiana in cantiere. Cosa ricorda di quel periodo? Lavoravo divertendomi. Sembrava sempre tutto un gioco, ricordo ancora quando demolivamo i soffitti degli edifici pericolanti, senza protezione con un solo fazzoletto sulla bocca per proteggerci dal gran polverone. Avevo vent’anni ma ero già un uomo a tutti gli effetti. Dopo aver compiuto i ventitre anni mio padre mi affidò l’azienda. Gestivo la parte operativa e amministrativa, facevo i preventivi, acquisivo i lavori, lavoravo in cantiere con gli altri operai ma alla fine i soldi li prendeva papà (NDR e ride). D’altronde era ancora pieno di debiti ed era necessario lavorare ancora tanto per onorare le tante cambiali. Quella vita mi cambiò. Gli sforzi, i sacrifici e il lavoro pesante forgiarono il mio fisico che in breve tempo esplose e parlo di muscoli veri.

Ha iniziato facendo il manovale, che tipo di rapporto ha maturato con suo padre affiancandolo al lavoro? Qual è stato il suo più grande insegnamento? Mio padre non aveva paura di niente nemmeno dei debiti.Quella stessa visione, ricca di audacia e pragmatismo si è rivelata un faro per me, ovvero quello che mi ha permesso di raggungere tutti i miei obiettivi. Mio padre è sempre stato un uomo molto duro, tosto e particolarmente coinvolto dal lavoro, pertanto il mio rapporto con lui è sempre stato difficile, turbolento, anche negli ultimi anni, prima della sua malattia e della sua dipartita a sessantacinque anni.
A 23 anni diede vita alla Moretti Spa, azienda specializzata in edilizia industrializzata e prefabbricazione. Si trasferì da Milano per tornare in Franciacorta, a Erbusco. Come ha affrontato questo passaggio, questo ritorno alle origini? Cosa ha realmente rappresentato per lei tornare nella sua terra? Nel ‘67 sposai Mariella e decisi di tornare a Erbusco. Presi la scusa per lasciare l’impresa di mio padre e creare finalmente qualcosa di mio. Nonostante il suo risentimento e con un milione di lire di debiti iniziai la mia avventura. Affrontai un momento particolarmente fortunato. Il lavoro era tanto, dovevi solo scegliere cosa fare. La grande esperienza maturata in cantiere e gli studi commerciali perfezionarono al massimo la mia preparazione e questo mi permise di pensare in grande e di proiettarmi in un futuro di valore orientato verso l’innovazione. Attraversai anni spaventosi costellati da cambiali che scadevano e pagamenti a cui dovevo far fronte.
Quando si è sentito finalmente realizzato? Nel 1974 ero ricco! Avevo costruito una casa in centro a Erbusco per la mia famiglia con un grande campo da tennis, sfrecciavo con la mia BMW fiammante e iniziai a considerare la possibilità di acquistare della terra per potermi connettere a una delle mie più grandi passioni: il vino. L’agricoltura, il territorio, il vino hanno inconsapvolemente scritto la mia infanzia narrando un DNA fisiologicamente consacrato a questo territorio. Una sorta di appartenenza che non potevo di certo soffocare. Sono cresciuto in questo mondo: il mondo della vendemmia, della pigiatura, dello “sgarfogliare” il granoturco, azioni che hanno sempre fatto parte della mia vita e che ne hanno raccontato la genesi. Predisposizioni che come grandi passioni non potevo di certo dimenticare. Decisi di costruire una nuova casa sulla collina Bellavista e mio fratello geometra che all’epoca si stava occupando della realizzazione della prima casa di Cà del Bosco mi suggerì di annettervi una grande cantina. Poco dopo feci realizzare una cantina di ben 600 mq e iniziai, quasi per gioco, a produrre vino. Il 1977 fu l’anno della prima vendemmia in Bellavista. Mi appassionai, iniziai a girare la Francia, a frequentare la zona dello Champagne per perfezionare la mia ricerca e nel ‘78 venne alla luce il nostro primo spumante. In quel momento iniziò la nostra storia.
L’edilizia, la vigna, l’accoglienza. La fermezza nel persistere e perdurare verso un unico obiettivo consacrato all’alta qualità molto più forte del mero successo. Esiste un nesso tra le sue attività? Una trait d’union che possa abbracciare e narrare ogni sua impresa? Mi hanno sempre detto: “come fai a fare sempre tutte queste cose e farle bene?”. É una domanda che mi ha sempre fatto sorridere. Per me è normale fare una cosa ben fatta, sono un uomo ordinato, memorizzo ogni cosa e capisco perfettamente e in pochissimo tempo come farla e farla al meglio. Il vino per me è sempre stato un hobby perchè è la Moretti SPA la genesi di tutto il nostro successo e colei che è riuscita a sostenere tutta questa diversificazione. Del resto non sarei riuscito nell’impresa se non avessi avuto accanto a me grandi collaboratori. Mattia Vezzola, un ragazzo allora poco più che trentenne agli inizi degli anni ‘80 si occupò della gestione di Bellavista portando una produzione da 2.000 a 1 milione di bottiglie. Pensi che agli inizi il valore del suo stipendio superava quello del fatturato dell’azienda. É stato un grande azzardo, un progetto ricco di visioni che, sostenuto dall’appoggio di Moretti Spa e dai numerosi investimenti è divenuto successo. Vezzola è stato bravissimo perchè Bellavista l’ha veramente fatta lui. Io però non sono mai stato un passo indietro ma ho sostenuto e sorvegliato tutto il progetto apportando con lungimiranza e pragmatismo tutta la forza economica necessaria investendo al massimo sulle capacità di Mattia e sul suo grande impegno nel marketing. Con Bellavista abbiamo vinto perchè spendavamo, investivamo, ci impegnavamo per fare un prodotto importante.

Dopo il vino, l’ospitalità…
Con mia moglie ho girato la Francia in largo e in lungo. Abbiamo sempre alloggiato nei più bei Relais & Châteaux lasciandoci letteralmente sedurre dalla bellezza e dal pregio di queste strutture. Alloggiavo sempre al Royal Champagne di Épernay un albergo meraviglioso, sicuramente uno più importanti dell’epoca. Osservavo in particolare come il territorio dello Champagne fosse così ricco di strutture alberghiere di livello. In quel preciso istante, probabilmente incoraggiato dal desiderio di emulare uno dei luoghi che ho amato più di ogni altro decisi di costruire un hotel. Un hotel in Franciacorta. Iniziai costruendo un campo da golf, il Golf Franciacorta. Recuperai sessanta ettari di terreno, un’operazione quasi impossibile in Franciacorta e grazie ad un’estate particolarmente fortunata dal punto di vista climatico riuscii a portare a termine la realizzazione. A soli otto mesi dalla presentazione del progetto, ebbero inizio i lavori di movimentazione della terra e dopo nemmeno un anno da quella data le prime diciotto buche erano già una realtà. Ho sempre immaginato la mia Franciacorta proprio come la zona dello Champagne in Francia. Ogni mio sforzo, ogni mia ambizione è stata realizzata sì per un interesse personale ma anche per donare grande valore a questo territorio. Dopo il Golf realizzai un albergo a Paratico sfruttando un’operazione immobiliare sul lago d’Iseo. Non bastava. Volevo qualcosa di più, quel qualcosa che potesse meglio avvicinarsi al fascino di quei Relais & Châteaux francesi che fecero innamorare me e mia moglie. Acquistai Villa Bellavista e dopo innumerevoli ragionamenti e approfonditi studi di marketing la chiamai “L’Albereta”. Diedi vita ad un concetto alberghiero consacrato al lusso, un luogo esclusivo, abbracciato dalla quiete degli alberi e della magia di questo territorio. Creai un albergo dove respirare quel fascino che aveva saputo sedurmi. Inizialmente il progetto prevedeva la costruzione di una ventina di camere, di un ristorante di livello, potenzialmente stellato e di una beauty farm. Fu una cena insieme all’amico Gianni Brera a consolidare la potenzialità de L’Albereta: l’incontro con Gualtiero Marchesi. Una volta terminata la cena chiesi al Maestro di mandarmi un promettente chef narrandogli la mia idea di hotellerie ma soprattutto l’ambizione di poter conquistare una stella. Inaspettatamente si propose egli stesso nonostante le mie volontà fossero senz’altro più “umili”. In quindici giorni firmammo l’accordo e modificai radicalmente le basi del progetto correggendone l’identità: una cantina e una sala più grande, una cucina così come la desiderava Marchesi e l’ampliamento delle camere, da venti a quarantaquattro. Nel settembre del 1993 aprii L’Albereta con Marchesi. Dopo soli quattro mesi il mondo parlava già di noi con oltre milleduecento recensioni e menzioni nelle riviste più importanti. Mia figlia Carmen dopo aver perfezionato la sua formazione all’Hotel Splendido – Belmond di Portofino, diretto dall’amico Antonio Marson prese le redini de L’Albereta conducendo un lavoro di grandissimo livello consacrato al lusso. Oggi riconosco in Albereta il valore di una struttura di gran pregio, in grado di competere con i grandi hotel del mondo e avvalarota dalla cucina di Alberto Quadrio.
Le grandi amicizie, con Vittorio Feltri, Oliviero Toscani, Mario Botta, Gualtiero Marchesi, Giovanni Brera. Lei è stato il primo ad arruolare grandi architetti per realizzare ristrutturazioni e ampliamenti, il primo a condurre nelle cucine dei suoi relais Maestri del gusto, il primo ad abbracciare le arti affiancando Luciano Pavarotti e sostenendo i progetti del Teatro alla Scala, il primo a stringere rapporti con le più importanti firme del giornalismo italiano e della comunicazione. La vicinanza con questi grandi protagonisti, eccellenti attori di quel patrimonio artistico invidiato in tutto il mondo cosa le ha insegnato e che valore hanno rappresentato dal punto di vista professionale? É stando con i Maestri che si impara a crescere. Le mie aziende grazie a vision strategiche, ad una forte esperienza, ad una ricerca costante fatta anche di viaggi e di scoperte si sono sempre distinte dalla massa e la presenza di queste importanti personalità non hanno fatto altro che rafforzare i miei business. Ricordo Luciano Pavarotti, ad esempio, come un uomo estremamente semplice, modesto e umile. Non ha mai dimostrato atteggiamenti pretenziosi o arroganti ma si è sempre seduto al mio tavolo apprezzando una fetta di salame e un bicchiere di vino. Devo dirlo, era un gran mangione. Gualtiero Marchesi invece, una persona di grande cultura, aveva un atteggiamento più sofisticato, spesso arrivava all’esasperazione su determinate scelte ed io che mi ritengo un uomo fondamentalmente pratico spesso mi trovavo in disaccordo. Ho sempre pensato che le cose belle possono nascere dalla semplicità senza farsi lusingare dall’esagerazione. Non ho mai avuto soggezione di questi illustri artisti, ci siamo sempre allineati sullo stesso piano e stretto vere amicizie. Penso che l’umiltà sia una delle virtù più importanti per l’uomo, questo lo ripeto sempre ai miei nipoti. É necessario essere prearati e competenti ancor prima di “vendersi” bene. Bisogna prima di tutto dimostrare di essere capaci. Non sono mai stato nè un uomo nè un padre ossequioso, difficilmente ho ammesso la bravura delle mie famiglie perchè ho sempre pensato che si possa fare qualcosa in più. Molto spesso litigo con le mie ragazze (NDR e ride) poichè essere genitori è il mestiere più difficile e ritengo che oggi come oggi sia necessario crescere i figli secondo i valori dell’umiltà e della meritocrazia.
Qual è stato il rapporto con le sue figlie? Ho un bel rapporto con le mie figlie, chiaramente, come accade in ogni famiglia, ogni tanto si discute ma ci rispettiamo e ci vogliamo bene. A volte mi trovo in disaccordo con loro soprattutto nella gestione dei figli. Potrei farle degli esempi ma poi lei li scrive (NDR e ride). Le generazioni di oggi sono differenti, a volte noi non riusciamo a comprenderle perfettamente e quindi facciamo fatica a immedesimarci. Noi, ai nostri tempi, non potevamo vivere di seconde possibilità loro invece convivono in una normalità differente.
Più volte nelle sue interviste ha raccontato di possedere un DNA consacrato all’imprenditorialità, qual è l’aspetto dominante che oggi rivede nell’indole delle sue figlie Carmen, Francesca e Valentina, oggi alla guida delle sue imprese? Le mie tre figlie hanno decisamente tre caratteri diversi. Carmen è una ragazza straordinaria, piacevole, amorevole, è una donna unica che meriterebbe tutta la fortuna del mondo. Sa fare benissimo il suo lavoro e possiede un aspetto sognante unico. Punta sempre all’eccellenza, vede il bello, è un’esteta. Francesca è una donna estremamente appassionata, fa l’enologa e lo fa con grandissima razionalità. Francesca è inquadrata ed estremamente seria. Lavora in cantina e penso non potrebbe fare altro nella vita perchè le peculiarità del suo carattere così rigido e razionale la rendono unica per questo lavoro pervaso da regole, ordine e precisione. Se Francesca arriva ad un appuntamento 10 minuti prima Carmen arriva mezz’ora dopo (NDR e ride). Valentina ha un’animo letteralmente diverso, fa l’architetto, il lavoro che ama e di cui è appassionata. É effervescente, ha un temperamento consacrato all’arte, è anche un po’ dandy e questo lato del suo carattere la porta a vivere serena.
La giovinezza in cantiere e la maturità in vigna. Possiamo dirlo? Oggi quale ruolo e quale luogo le si addice di più? Quello di tirare ancora il carretto, fare il Presidente, affiancando le mie figlie. Mi ritengo pertanto un uomo fortunato perchè sono circondato da collaboratori capaci, grandi professionisti che hanno saputo dimostrare il loro valore, proprio come Massimo Tuzzi, l’Amministratore delegato del gruppo.
Determinazione, pragmatismo, fiducia, azzardo, coraggio… i suoi tratti distintivi. Nella sua vita pensa di aver perso qualche buona occasione? Ne ho perse tante di buone occasioni… sapesse… Potrei essere un uomo ricco oggi (NDR e ride). La vita me la sono goduta, ho fatto tanti viaggi con mia moglie, ho saputo dedicarmi al tempo libero e oggi mi ritengo un uomo soddisfatto, ricco abbastanza e incoraggiato ancora dal lavoro e dalle responsabilità.
Lei pensa che la sua storia possa essere stata un’avventura di coraggio forte di grandi obiettivi o di fortunate imprese? Non mi ritengo un uomo coraggioso ma un uomo del fare. Ho sempre rischiato tanto nelle mia vita.
Che valore ha oggi passeggiare tra le sue proprietà e osservare i successi di una vita? Quando passeggio qui in Bellavista osservo la vigna, mi prendo cura di lei, voglio capire come sta. L’aspetto emotivo viene dopo. Cammino, guardo ma non mi sento mai totalmente soddisfatto poichè sono sempre alla ricerca del meglio.

Il suo ringraziamento è andato a Mariella, sua moglie, la compagna di una vita. É a Mariella che ha dedicato il messaggio di gratitudine dopo aver ricevuto l’onoreficienza di Cavaliere del Lavoro. Che ruolo ha occupato Mariella in questa straordinaria storia di successo? Mia moglie è stata la protagonista di questa grande storia. La conobbi a diciotto anni mentre lei ne aveva solo sedici ed è stato un vero colpo di fulmine. L’amore con Mariella è l’amore descritto da Francesco Alberoni. Pensi che quando uscivano i suoi scritti sul Corriere il lunedi mattina ritagliavo sempre gli articoli e li portavo in ufficio. Mariella è l’amore della vita. Si è sempre occupata della famiglia, delle ragazze, mi ha sempre sostenuto condividendo con me, soprattutto in età matura, anche qualche preoccupazione. Oggi stiamo insieme da 58 anni.